Avevo già visto (o meglio, sbirciato) L’impero dei sensi qualche anno fa. Parecchi anni fa.
Era l’Età dei Primordi Sessuali, i tempi giovani e freschi in cui la curiosità la faceva da padrona, in cui la sensazione prevalente era quella di aver trovato un tesoro, di aver scoperto l’Eldorado, di aver scoperchiato il Vaso di Pandora. In altre parole, di non poterne più fare a meno.
Per me, che ebbi il privilegio di vivere tutto questo all’interno di un rapporto di coppia, la sensazione di complicità e di appagamento toccava picchi di totalizzante spensieratezza. Da qui, il desiderio di vivere fino in fondo queste sensazioni (sensi) amplificandole giorno per giorno, sino ad arrivare al punto di tirarsi un po’ fuori dalla vita sociale, di chiudersi in una stanza, di non voler più sapere nient’altro.
Quei tempi lì insomma, non so se avete presente.
La storia del film di oggi è una storia che raschia il fondo di quel pozzo dei ricordi. Il film è un amplesso continuo, senza fine. Un interminabile rito di accoppiamento, scandito dal tintinnio dei biccherini di sake. Una storia di passione e di possesso esasperato, per giunta vera.
Alla fine, lei lo uccide. La morte come gesto estremo e compimento del processo di fusione dei corpi, delle anime, del tutto. Come conseguenza necessaria del dono di sé (e nella narrazione di questo percorso, il film è magistrale).
Di solito, invece, dopo un po' ciascuno si trova un lavoro e c'è più tempo per chiudersi in casa a far sozzerie.
Dopo anni rivedo questo film e cinicamente rilevo che alcuni elementi sfiorano il ridicolo. Insomma, parliamoci chiaro. Simili scenari d'amore e passione sono compatibili solo con il Giappone degli anni ’30, sei ricco sfondato e non hai bisogno di lavorare, o con l'Italia degli anni ’90, se sei un ventenne fuori corso con tanto tempo libero.
Perché la gente “normale” punta la sveglia alle sette, si alza, dedica quattro secondi netti alla doccia (altro che bagno erotizzante nel catino di bronzo), accompagna i figli urlanti a scuola (altro che musica pentatonica), va al lavoro e si incazza e mangia in mensa (e non mollemente sdraiato a piedi scalzi), torna a casa e si butta sul divano a guardare la partita (e non una donna dalla pelle di seta). Nottate di bulimia sessuale? Nei racconti al bar.
Perché per certe cose ci vuole tempo. E se non sei Sting e se non ha studiato sesso tantrico ti ritrovi a ritagliare un angolo di intimità il martedì sera (giusto per non sembrare quello che lo fa solo il sabato) prima di crollare per la stanchezza. E in fondo va bene così.
Tuttavia, anche se non sei Sting, ti sembra che una della frasi del film: «lasciamo che il nostro piacere non finisca» potrebbe essere comunque un bel motto, in una società scarsamente edonista come quella in cui vivi. Varrebbe quasi la pena di scriverla su un post-it e attaccarla al frigorifero.
Prima di andartene a dormire, insomma, pensi a queste cose con un pizzico di divertimento. La consapevolezza che anche il piacere, come tante cose, richieda tempo e dedizione. La certezza che non è necessario essere schiavi del Tanto e dello Spesso e del Tutto, per sentirsi appagati. Guardi la tua cucina, il tuo salotto, e ti chiedi come sarebbe possibile trasformarli, anche solo per una notte, nel tuo personale Impero dei sensi. Bah. Sarà forse che sei distratto. Sei anche un po’ sedato. Forse è una questione di cultura (che i giapponesi sono mille anni avanti), dei tempi che sono cambiati rispetto ai tuoi vent’anni, di nuove priorità. Spegni la luce e te ne vai a dormire. Stranamente, una languida sensazione di benessere ti pervade. Ti senti bene, nel tuo pigiamone dalla braghe lunghe. E, senza accorgertene, ti ritrovi a desiderare come se non ci fosse un domani.