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Prof e alunni: diseguaglianze in aula

 
La scuola non funziona pił, nemmeno come ascensore sociale. Insuccessi e abbandoni: colpa degli studenti o dell'istituzione?
 
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31 maggio 2008
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di Maurizio Parodi
   
Foto studenti
© foto: www.unipr.it/arpa/profleg/

Sembra incredibile ma ancora oggi, nonostante annosi, incessanti appelli all’eguaglianza delle opportunità, gli studenti capaci e meritevoli prosperano soprattutto nelle famiglie culturalmente attrezzate; resta, cioè, immutato il rapporto tra rendimento scolastico e ambiente di provenienza.
La scuola non funziona più, nemmeno come ascensore sociale.
Evidentemente la rimozione degli ostacoli di natura economica e sociale (i provvedimenti, pur necessari, diretti a garantire la gratuità degli accessi al sistema formativo, la sua unificazione, l’eliminazione degli sbarramenti selettivi precoci) non basta ad assicurare una sostanziale eguaglianza educativa: perché eguaglianza delle opportunità significa sistemi, contenuti e mezzi di istruzione non già eguali, bensì egualmente efficaci (quella che fa parti eguali tra diversi è, quanto meno, una democrazia molto imperfetta).


L’alternativa è ratificare, magari con l’esibizione di prove di verifica rigorose, le diseguaglianze altrove maturate (e forse acuitesi con la scolarizzazione) conferendo alle stesse avallo scientifico e spessore istituzionale. Ciò che, purtroppo, avviene non di rado.
Di fronte al dramma, sempre attuale, della dispersione (mortalità, ripetenza), non si può ulteriormente indulgere ad atteggiamenti di rassegnazione fatalistica, quasi si trattasse di un fenomeno naturale, di un processo fisiologico (e non patologico) connaturale al sistema, comunque sano; non è decente pensare che bambini e ragazzi lascino spontaneamente la scuola, e non ne siano piuttosto allontanati, che la rifiutino deliberatamente, e non ne siano invece respinti: sarebbe come dire che la scuola è giusta e gli studenti sono sbagliati.


Peraltro la convinzione che insuccessi ed abbandoni (fenomeni che prefigurano esiti di marginalità sociale) siano problemi personali e, comunque, privati degli studenti e delle loro famiglie (che non sempre possono provvedere con il ricorso a private risorse), e non anche problemi sociali che investono la scuola, è ancora diffusa, nonostante appaia oggi altrettanto aberrante di quella del sarto menzionato da Postman, il quale, limitandosi a fare un solo tipo di pantalone, sosteneva fossero sbagliate le natiche del cliente quando il suo modello non calzava a dovere.
Ma il fatto, già richiamato, che i destini dei figli ricalchino quelli delle famiglie di origine invalida, finalmente, qualsiasi mistificazione di comodo: una scuola per tutti obbligatoria realizza un tragico paradosso istituzionale se diviene strumento di selezione, di precoce emarginazione, se non promuove lo sviluppo personale e sociale, se si limita al sanzionamento delle condizioni di discriminazione vissute ancor prima di intraprendere la carriera scolastica, o addirittura ne costituisce una ulteriore specificazione, declinando in nuova forma l’ingiustizia sofferta.

Tutti vogliono il vostro bene, non fatevelo portar via.
Stanislaw Jerzy Lec

 
 
 
 
 
 
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