1984 è una Opera tanto musicale quanto teatrale. Soprattutto: intramontabile e orrificamente vera. Un ritratto sfaccettato di un mondo viziato da un potere assoluto occulto e assillante che inneggia all’odio e alla guerra-per-la-guerra. Tratta dal romanzo distopico di culto di George Orwell (scritto nel 1948), la versione operistica è un dramma in tre atti, andato in scena a Milano al Teatro alla Scala (in ultima replica il 17 maggio).
Come raramente accade, è allo stesso tempo una composizione musicale raffinata ed eclettica di Lorin Maazel (anche direttore), un efficace adattamento teatrale a quattro mani del poeta e drammaturgo Sandy McClatchy e dello sceneggiatore e autore di musicals Tom Meehan e, certo, frutto ingegnoso e rigoroso della regia del canadese Robert Lepage.
«Posso senza dubbio affermare - sono parole di Lorin Maazel, nel libretto dell’opera - che, forse per la prima volta, l’opera risulta essere il risultato dello sforzo congiunto e all’unisono del compositore, dei librettisti e del regista».
Partito dalle parole, Maazel ha creato 60 Leitmotiv (seguendo la tecnica Wagneriana) prinicipalmente per caratterizzare i personaggi principali (Winston, Julian Tovey; Julia, Nancy Gustafson e O’Brien, Richard Margison), le loro inclinazioni e i loro diversi stati d’animo, ma anche per mettere a fuoco personaggi minori (come Parsons, Jeremy White, sostenitore indefesso del regime; Syme, pedante intellettuale; Gym Instructress, Iride Martinez, una fanatica di fitness) e i vari punti chiave della storia.
A partire da un testo naturalmente dotato di un articolato bagaglio di immagini, la versione operistica ne ha sfruttato la storia d’amore, posta al centro del racconto tra Winston: uomo di 39 anni, impiegato al Ministero della Verità per conformare le informazioni sulla stampa secondo il volere di Big Brother, e Julia: giovane donna apparentemente conformista, ma romantica e rivoluzionaria, facendo emergere con una macchina teatrale ipertecnologica quadri d’insieme dove si affermano i temi essenziali del romanzo: l’omologazione a cui docile cede la massa, l’amore per l’odio che ne consegue, la necessità di avere un nemico per poter restare sottomessi, l’amore per la patria trasformato in un cieco e bieco fanatismo.
Scorre con intensità la narrazione su una partitura agile e brillante che alterna stili e sonorità anche molto distanti: canti corali e solistici, parlato e cantato, sonorità da musical anni ’30 e ’40, pop, rap, duetti amorosi, arie dall’assonanza pucciniana come You hide what you have to (per ammissione di Maazel stesso simile a Sì. Mi chiamo Mimì della Bohème), ma anche punti di dispersione tonale fino al rumorismo, canzoni da taverna, Nursery Rhymes (non a caso tra le tutte London Bridge is falling Down e Oranges and Lemons entrambe contenenti un messaggio politico), Walzer e tracce ironiche, buffe e goffe quasi clownesche. Una fusione virtuosa tra gli elementi portanti (testo e musicca) che dona maggior presenza scenica ai cantanti e li facilita anche là dove la regia li incastra (certo anche grazie alla coreografia di Sylvain Emard) nell'architettura scenica o in posture necessitate dal racconto.
La macchina scenica ci immette con dovuta artificiosità in un mondo costruito e ricostruito incessantemente per essere adattato alle nuove necessità di Big Brother e non essere mai fattore dato, ma scena in mano al potere. Un cilindro avveniristico avvolge la massa o la parcellizza in stanze anonime e spaesanti, simili più a celle che ad abitazioni, dove continuamente il monitor del Partito controlla ogni azione ma soprattutto invade il pensiero non lasciando spazi pericolosamente vuoti per la riflessione. Notizie di guerra, annunci, statistiche sui consumi delle risorse, la produzione, le vittorie e le perdite in battaglia sono il bombardamento volto ad annichilire e domare, soprattutto il pensiero (la voice off è di Jeremy Irons).
La scelta di materiali industriali e freddi lamiere, reti, travi in ferro e le divise (blu per gli impiegati, nere per i dirigenti, arancioni - come a Guantanamo - per gli arrestati, contribuiscono a generare quella stessa atmosfera disumana presente in Orwell per Airstrip One, fu Londra. Solo i proles, poveri e ai margini della società, indossano abiti, seppur stracciati, eppure variopinti e multiformi, in una zona della città dove non ci sono schermi (o così sembra) e dove Winston troverà un robivecchi in cui costruire il suo nido d’amore e di rivoluzione - fino all'arrivo della temibile Thought Police.
L’associazione tra la voglia di riscatto, la necessità di recuperare la propria identità e la voglia di amare porta alla luce un livello di lettura del romanzo non immediatamente evidente, ossia l’utopia dell’amore tra due persone, l’utopia di giurarsi amore eterno contro lo spettro del tradimento.
Tre ore intense tra letteratura, società, storia, cinema, politica, musica e teatro in una combinazione rara.