Il disadattamento scolastico rappresenta una peculiare forma di inadeguatezza che si assomma alle altre vissute precedentemente, procurando ulteriori occasioni di sofferenza e frustrazione. Si tratta di un problema sempre più grave ed allarmante.
La scuola non può essere esente da responsabilità, deve perciò interrogarsi sulle ragioni di un fenomeno che tende ad apparire endemico, analizzando con attenzione e rigore il proprio modo di essere e di porsi, tanto nella forma istituzionale e organizzativa quanto nella sostanza relazionale e didattica.
Non si può negare che molte procedure scolastiche siano dettate da necessità proprie del servizio educativo che sovente prevalgono sulle ragioni più autentiche dell’azione educativa; così può darsi che l’utente sia soggetto ad esperienze intese a favorirlo, ma anche ad altre intese a favorire la burocrazia. In particolare il bambino, per stato di natura portatore di novità, può sentirsi mortificato nella sua esuberante vitalità, nella sua ansia di esprimersi e comunicare, di manifestarsi per quello che è e che può divenire.
La scuola-organizzazione può soffrire di condizionamenti, resistenze, stalli e arroccamenti capaci di vincolare, fino a reprimerle, le energie di cui sicuramente dispone in quanto istituzione fondata sulla sollecitudine degli adulti per la crescita delle generazioni che sopraggiungono.
Spesso il disadattamento esprime una discrepanza tra le capacità dell’alunno e le prestazioni che gli sono richieste; ma può darsi anche un conflitto tra la personalità del bambino ed il sistema scuola.
In un caso si pretende dal bambino che faccia ciò che non è in grado di fare, esponendolo ad un sicuro insuccesso, che assume i connotati del fallimento, considerata la legittimazione istituzionale della richiesta (“non sono in grado di fare ciò che ci si aspetta che io sappia fare e che, perciò, mi viene richiesto”); una mancanza tanto più gravida di conseguenze, non solo emotive, quanto più sia accompagnata da atteggiamenti di riprovazione e di svalutazione da parte dei docenti, dei genitori, dei compagni. Ma si dà anche il caso opposto, seppure meno frequente, di alunni che giungono ad una vera e propria forma di disadattamento scolastico perché la loro superdotazione intellettiva mal sopporta il ritmo molto lento, e uniforme (imposto a tutti, indiscriminatamente) dell’insegnamento.
Nell’altro, spesso associato al primo, sono i modi di essere della scuola (metodi, procedure, stili, valori, regole) a sconfiggere l’alunno dal quale si pretende che sia ciò che non può essere. Superfluo precisare che le vittime (designate) sono le bambine e i bambini più timidi, deboli e insicuri, i più soli.
Il risultato non cambia: l’alunno meno adattato (ma sarebbe meglio dire adatto), il più bisognoso (di cure, attenzioni, gratificazioni, rassicurazioni…) non regge il ritmo della classe, rimane indietro rispetto ai compagni che si allontanano e, come l’insegnante, lo allontanano.
Seguono l’umiliazione della ripetenza (che lo mortifica ancor di più) e, finalmente, l’abbandono dettato dalla repulsione, ormai insuperabile, per la cultura, e dalla certezza della propria costituzionale inabilità allo studio – quando, in realtà, non si riesce ad adeguarsi a quel tipo di studio, spesso burocratico, mortificante e per giunta rivolto alle funzioni meno nobili dell’intelletto: l’esecuzione, la ripetizione… che non di rado confonde il virtuosismo servile con la qualità degli apprendimenti.
Così la scuola condanna i più poveri all’ignoranza perpetua.
Je ne veux pas mourir idiot
Georges Wolinski