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Spettacoli
Ken Park
un'immagine di 'Ken Park'
 

E ora vi recensisco 'sto pornazzo!

 
Gli adolescenti e il sesso nella provincia americana delle villette a schiera. Torna l'hard visto dalle donne. Tengi recensisce 'Ken Park'
 
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16 maggio 2008
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di Tengi
   

Ci risiamo.
Non riesco a capire perché Giorgio, anziché conferire doveroso sollazzo alla mia primavera ormonale, e propormi finalmente un film hard coinvolgente e - perché no - un pizzico afrodisiaco, insista a martoriarmi con pellicole che più che film erotici sono operazioni cultural-decadenti o coraggiosi quanto frigidi  tentativi di denuncia. Temo che non lo capirò mai.

Abbandonata ogni speranza di licenziose e spensierate visioni, veniamo al film di oggi.
Ken Park è un adolescente americano. Avete presente la provincia a stelle strisce, quella con le casette in fila e il prato verde e il ragazzino che consegna il latte? Ecco, lui vive lì. E con lui ci sono i suoi amici. E una vita fatta di skateboard sulla rampa, di pulmini gialli della scuola, di torte alla panna e ciliege sotto spirito, di arrosti della domenica, di foto impeccabili con la divisa su sfondo blu da esporre sul cassettone. Eh sì, confezionato con il fiocco, ecco a voi il grande sogno americano.
Ken Park ha un cognome che se lo pronunci al contrario significa merda. Ken La Merda.
All’inizio del film Ken si tira un colpo in testa.
Buttato nel cesso il sogno americano. Tutto il resto del film è un viaggio tra i resti di quel che ne rimane. Senza malizie, senza pudori.

In questo viaggio, il sesso è ovunque ma non è nulla. Non è gioia, non è godimento. Non è pulito e non è neanche sporco. Il sesso è solo un mezzo. Per sfuggire alla noia, al passare degli anni, per soffocare i propri sogni, forse anche per sentirsi irrimediabilmente sporchi. Per il gusto di lasciare un paio di ditate unte sulla superficie lucida e levigata del tavolo. Per provare l’ebbrezza di sentirsi vivi. E così, la scelte più strane appaiono le più ovvie. Per una madre di famiglia, fare sesso col fidanzatino della figlia. Per una ragazza che vive sola col padre nel culto della madre scomparsa, adoperarsi in pratiche sessuali sadiche. Per un cocco di nonna un po’ disturbato, gratificarsi con sessioni di onanismo estremo.
Sono scene spiattellate e compiaciute, riprese da un regista che non si fa troppi problemi, in nome della giusta causa: la denuncia - coraggiosa, non c’è che dire - del vuoto interiore di questi ragazzi. Detta così è una morale da parroco di periferia. Il problema è che in questo film non c’è redenzione, non c’è riscatto. Non c’è speranza. Basta immaginare a come saranno questi ragazzi tra vent’anni. Basta vedere i loro genitori. Che rappresentano a loro volta la solitudine, il bisogno di affetto, la voglia di rivivere gli anni passati, l’ignoranza e la confusione che portano a desideri deviati. Sono le mostrine di una vita non vissuta.

Lo spettatore, forse suggestionato dall’inverosimilità delle voyeuristiche scene di sesso, può essere portato a pensare che siano tutte cazzate americane. E consolarsi con la certezza di aver fatto del proprio meglio. Nell’universo di Ken Park, fare del proprio meglio significa riuscire nella piroetta con lo skate o trovarsi un lavoro al chiosco degli hot-dog.
E noi? Con la nostra scala di valori, possiamo dire di aver fatto altrettanto?

Nella scena finale dei tre amici passano un pomeriggio di bulimia sessuale, facendo l’amore ininterrottamente, il mondo di Ken Park mostra il suo profilo gioioso. I tre si baloccano con idee puerili, fantasticando sull’esistenza di un mondo fatto di sesso, come diceva la famosa canzone. Per quanto non ci creda nessuno, per quanto nessuno pensi davvero di poter costruire per sé una realtà differente, in quest’ultima scena c’è comunque qualcosa di spontaneo, di vero, di incorrotto. Ci sono i loro corpi tonici, pronti per la vita. C’è la forza dell’adolescenza, c’è tutta la potenza e lo spettacolo dei desideri. Ci sono anche i loro sogni. Che però sbocciano e sfioriscono nel giro di poche ore, rimanendo confinati all’interno di una casa dalle veneziane abbassate attraverso le quali filtra comunque la luce.
La giovinezza che muore per asfissia. Una domenica pomeriggio.

 

 
 
 
 
 
 
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