Al di là delle specifiche manifestazioni, i bambini che vivono situazioni di disagio psicofisico evidenziano problemi comuni: sono ipercinetici (non stanno mai fermi) ed hanno scarsa capacità di attenzione. Le conseguenze, indubbiamente penose, interessano tanto il profitto, quanto il comportamento: gli alunni disturbati hanno difficoltà ad apprendere nonostante il potenziale cognitivo, sembrano incapaci di concentrarsi e memorizzare, appaiono disinteressati alle novità e timorosi delle situazioni competitive o di gruppo; inoltre si comportano male, aggrediscono i compagni, non riescono a giocare con loro senza sentirsi ingannati o presi in giro. Sono irritabili, sempre in movimento come se con la loro agitazione volessero nascondere la tristezza che li affligge, e rifiutano apertamente la scuola.
In contrasto con il loro atteggiamento di perenne sfida, si accusano di essere cattivi. Hanno una spiccata tendenza ad esagerare le loro manifestazioni d’imbarazzo, a fare i buffoni in tutte le situazioni di stress.
I sintomi, pur diversificati, esprimono le stesse ansie: la paura dell'abbandono e il timore di non riuscire a modificare in alcun modo la realtà. Atteggiamenti che possono prefigurare problemi di autostima, insicurezza, disinteresse, e degenerare in vera e propria depressione. L’insuccesso scolastico appare un evento di vita cronico, che può alimentare comportamenti distruttivi ed autodistruttivi.
Purtroppo non sono infrequenti i suicidi tra i giovani studenti. In Italia, nell’ultimo quarto di secolo, sono raddoppiati gli adolescenti a rischio.
La scuola, in molti casi, non ha responsabilità dirette e bisognerebbe piuttosto interrogarsi sulle ragioni della fragilità emotiva di taluni giovani incapaci di affrontare il rischio della sconfitta, ma nemmeno può ignorare il proprio ruolo nel percorso di crescita anche affettiva degli studenti. Tanto più compromettente allorché ci si preoccupi soltanto di impartire conoscenze e infliggere valutazioni, costringendo all'immobilità corpi bisognosi di moto, ostacolando la crescita sana e naturale della mente.
Dunque, i bambini occidentali non sono più afflitti dalle gravi infezioni che in passato erano causa di mortalità infantile, ma soffrono, sempre più spesso, dei disturbi legati all'ansia.
Se è vero che le cause profonde del malessere sono da ricercare nelle prime, fondamentali esperienze di vita, nelle relazioni che si instaurano originariamente all’interno della famiglia, rispetto alle quali le possibilità di intervento sono davvero molto limitate, allora la scuola può rappresentare una valida opportunità (per molti bambini la sola) di recupero dalla deriva esistenziale, di sperimentazione di nuove dimensioni dell’essere, di ricostruzione di relazioni rassicuranti ed espansive.
La scuola è, infatti, il luogo dove il disagio può essere riconosciuto ed elaborato, perché il bambino è distante dalle sofferenze che hanno generato il problema, pertanto nella condizione di potersi affrancarsi dai vincoli relazionali cui è funzionalmente connesso il sintomo, e i docenti sono totalmente estranei alle dinamiche patogene di cui egli è vittima (dinamiche che, per altro, il bambino può essere portato a riprodurre coattivamente), dunque nella posizione migliore per poterlo affrontare, proponendo alternative praticabili ai malsani equilibri, affettivi e sociali, sin lì esperiti.
La scuola, dunque, potrebbe molto, se non fosse anch’essa motivo di (ulteriore) disagio.
Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola
Ennio Flaiano