C’è poco da ridere. Doveva essere un pornazzo e invece mi sono commossa e quasi quasi mi veniva anche da piangere. Sì, insomma, mi aspettavo la solita panoramica di genitali di varie misure e colori che si intersecano nelle angolazioni più improbabili, quasi fossero membra dotate d’istinto e motto proprio. E invece? Invece in Shortbus, (selezione ufficiale Cannes 2006) mi ritrovo di fronte a una vera e propria storia con al centro una bella crisi di coppia, sia omosessuale che eterosessuale e varie crisi di identità.
I ragazzi, James (Paul Dawson) e Jamie (PJ Deboy), sono la coppia di riferimento per i gay e sembra si amino alla follia, ma uno dei due ha problemi - seri - con la penetrazione, il che già mi pare interessante dal momento che normalmente solo le donne risultano in difficoltà con il concetto. Oltre alla coppia gay, la crisi è anche interna alla coppia etero, e qui è la lei - Sophie (Sook-Yin Lee), anche sessuologa o meglio consulente matrimoniale - ad avere problemi indovinate con cosa, bé dai è facile: con l’orgasmo. Insomma continua a dire che il “70% delle donne non ha mai avuto un orgasmo”, “puttanate” come le rispondono la maggior parte degli altri personaggi. Sì certo diciamo che qui il regista e autore della sceneggiatura John Cameron Mitchell mette il grimaldello nella piaga più stereotipata sulla travagliata sessualità femminile, prendendo in giro la classica esperta che di organismi, confessa, non averne mai avuti e per cui "l’orgasmo è solo un mito". Esilarante vendetta, un tantino naif, intorno all'idea della saputella - ma non è che magari per l'autore coincide proprio con la desiderata compagnetta di classe, che non gliela avrebbe neanche mai fatta sfiorare? Comunque sia, sarà proprio nel pittoresco locale Shortbus - dalle cromaticità forti come i trucchi dei molti travestiti che lynchanamente lo popolano - dove la invitano i due James, il punto di partenza per il bildungroman prettamente sessuale di Sophie. Tra tende, poltrone, baci e varie amenità porno-erotiche subirà la lectio magistralis del supereoe dell’orgasmo, Chaboz Goyz, travestito che si presenta come l‘elettricista’ che vuole salvarla: “posso aiutarti ad accendere le tue luci”. Di chi è il film? L'ho già detto, è l’imperdibile Shortbus dell’esordiente John Cameron Mitchell che ha saputo mettere in piedi una narrazione intrigante, divertente e a tratti surreale degna delle storie a più voci/atroci di Robert Altman, solo con un pizzico di fisicità esplicita in più. Immaginatevi lo spettro di tipi strani e relazioni strampalate che presentava Robert Altman in Short Cuts (1993) ecco aggiungeteci qualche distorsione umana in più e tutto il sesso esplicito che in quel film è offstage e avete Shortbus, che fra l’altro fa anche rima con Short Cuts. E l'elettricità non è solo una battuta è anche la cornice (della New York di cartone e cartapesta) da cui parte la macchina da presa e il motif che percorre - con vistosi black out o sbalzi di corrente - i momenti emotivamente forti - sì quelli delle emozioni non erotici - del film.
Comunque sono le arti, musica fotografia e video, l’altro vero fil rouge dentro il dramma psicologico in scena nel film, ed è attraverso di esse, cioè l'idea di un’espressione libera e liberata da convenzioni - anche gay, trans e lesbo - che i personaggi cercano la loro autodeterminazione. È così per il voyeur Caleb (Peter Stickles) che segue passo passo i due James con l’obiettivo grandangolare, come ne La finestra sul cortile, ma anche per un personaggio minore - ma straordinario - come la dominatrice-sado-prostituta Severin (Lindsay Beamish): nome d’arte per una Jennifer che non riesce ad emergere, bloccata dentro la sua crisi di identità che coincide anche più banalmente con una mancanza di soldi proprio per coronare il suo sogno e diventare artista ma anche possedere una casa e un gatto. Severin si prende la sua rivincita sulla vita e sulla società, che attraversa come fosse un’ombra o un gatto, con una polaroid immortalando anime inquiete tristi o sfortunate. Che dire poi della band anni ’70 e delle sue note retrò che allietano il film e le serate evoluzionistico-erotiche sui divanetti di Shortbus? Semplicemente deliziose le sonorità (musiche originali di Scott Matthew) che nel finale raggiungono grande poeticità sulla voce del padrone di casa a Shortbus, Justin Bond (una leggenda della scena newyorkese. Nel 2004 ha debuttato con il suo spettacolo “Justin Bond – Un- corked” all’ Ars Nova Theatre di New York) e dentro l’orgiastica conclusione con gran cassa e trombe tra corpi avvinghiati per un climax sensoriale.
Perché poi alla fine tutto il problema è legato alle capacità o meno di ognuno di noi di sentire: l’amore degli altri, il proprio corpo, i propri sentimenti, il proprio orgasmo o quello del partner. Insomma sentire i suoni, ma anche le vibrazioni, le emozioni e il proprio essere... o circa, perché non vi aspetterete mica che si possa davvero rispondere a queste domande, no?
Assolutamente da vedere, per tutti o quasi, insomma per chi ce la fa, visto che è vietato ai minori di 18.