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Un quartiere di ricchi al centro di una città poverissima. E la paura, come un virus, che porta la pazzia. 4 blogger recensiscono 'La zona'.
 
   

     

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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
La zona
un particolare della locandina de "La zona"

Tornano i nostri fidati blogger cinefili, e tornano con un atteso plebiscito: La zona di Rodrigo Plà è piaciuto a tutti. D'altra parte il film, nella sua scarna geometria narrativa (quasi una parabola), veicola a meraviglia un messaggio semplice semplice, ma mai abbastanza ripetuto: la paura e la diffidenza ci trasformano in mostri.
La storia è quella di Alejandro, figlio d'alta borghesia isolata in un quartiere fortificato e splendente, messo in piedi nell'ombelico di una città poverissima. Quando nel muro si apre una breccia e i due mondi si scontrano, la gente, semplicemente, impazzisce.

Alga Spirulina (algaspirulina.splinder.com) ****
Un microcosmo perfetto al centro di Città del Messico. Una Città Proibita nel cuore dell’inferno. Un posto dove la gente si illude di vivere un’esistenza irreprensibile, tanto c’è lo statuto speciale che lava via le colpe e la polizia non può entrare. Ma l’orrore non sta fuori: Alejandro se ne accorge improvvisamente nel giorno del suo sedicesimo compleanno. E il suo mondo dorato va in mille pezzi.
Un film duro e claustrofobico, girato a basso costo (e coraggiosamente distribuito dalla Sacher), che racconta quanto sia difficile sentirsi (e mantenersi) puri: strepitosa la sequenza dei ragazzi impegnati nella caccia all’uomo, collegiali in corsa sfrenata, come in un gioco, su un campo da golf. Sullo sfondo, solo miseria.

Alessandro (www.cronachesorprese.it) ****
"Per una volta che mi sembrava di fare la cosa giusta...". Tutti quelli che agiscono nell'allucinante scena madre sono convinti di essere nel giusto; ma a vedere La zona potreste ritrovarvi, come me, ad agitarvi sulla poltrona e ad esclamare, a voce abbastanza alta, «bastardi». Se non fosse che situazioni analoghe a quella descritta nel film esistono davvero, si potrebbe dare come ulteriore merito al soggetto e alla regia l'aver rappresentato un laboratorio di psicologia sociale in cui si studiano gli effetti devastanti di una "giustizia" autoreferenziata. E invece c'è da rabbrividire. La giustizia non può avere in sé stessa la sua ragion d'essere: la deve chiedere, la deve implorare. Triste e quasi disperante, ma davvero bello, questo film. Senza eroi, senza riscatto, senza giustizia.

Tambu (blog.tambuweb.it) ***
In attesa della trasposizione cinematografica de Il condomionio di J.G. Ballard, La zona può essere considerato il suo parente più prossimo; c'è uno spazio chiuso in cui si vive agiatamente mentre tutt'attorno crescono degrado e corruzione. Ma più ci si addentra nel film e più ci si accorge che non è tutto oro quello che luccica, in una metafora tutto sommato prevedibile di quel che è la vita moderna nel mondo occidentale. In informatica lo chiamano walled garden, il giardino recintato in cui tutto è bello, ma immutabile. Esemplare da questo punto di vista la scena che ergo a simbolo della pellicola: 5 ragazzi messicani in divisa da college statunitense che corrono armati alla bell'e meglio su un prato da golf (che ha sullo sfondo una baraccopoli), ansiosi di fracassare la testa di un presunto malvivente/ladro/stupratore/non importa cosa.

Estrellita (www.stellinorama.it) ***
Siamo o non siamo nell'era di you tube? Un ricco sedicenne viziato possiede una telecamera nuova di zecca e ha uno scoop formidabile tra le mani, ma non si sa perché non si decide a divulgare la verità che salverebbe il più debole. È lui la vera vittima della paura, delle convenzioni sociali e dei conflitti di classe, simboleggiati da la Zona, un quartiere borghese di ricchi squilibrati, che manco wisteria lane. La Città del Messico dei libri di Carlotto, in confronto a questa realtà, è un villaggio Valtour. Insomma, non so voi, ma certe volte io c'ho bisogno di happy end.

 
 
 
 
 
 
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