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«Ballo sul cubo nelle discoteche gay»

 
L'olandese Anton Lieven fa il 'go-go boy' da 10 anni. Ed è pure un attore porno. Pensare che voleva diventare un pompiere. L'intervista
 
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12 aprile 2008
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di Giò Pezza
   
Go go boy

Sopra un cubo, appesi a una sbarra, in cima a delle reti tirate sopra le teste di chi sta ballando.
Possono essere personaggi fuori dal normale, bravissimi ballerini che si lanciano in performances dal serio al trash, fino a rasentare il porno. I go-go boy. Anton Lieven è un ventottenne di Rotterdam che da più di dieci anni è un go-go boy di professione.

Anton, ti sei svegliato una mattina con l’idea che nella vita avresti voluto fare il ragazzo immagine delle discoteche?
«No. Alle elementari volevo fare il pompiere».

Beh, ci sei andato vicino...
«Guarda che il mio sogno l'ho realizzato veramente: ho vestito i panni del pompiere almeno una decina di volte. E pure in un porno. Da bambino certo non immaginavo che mi piaceva solo per la tuta. E per i colleghi».

Quando hai avuto la tua chiamata?
«Abbastanza presto. Avevo 15 anni quando ho cominciato a frequentare i locali gay di Rotterdam e dintorni. Da lì a fare un po' di amicizie e ottenere passaggi fino ad Amsterdam c'è voluto poco. Guardavo un po' come si muovevano gli altri e facevo di testa mia. Ero un po' il coglione della situazione: mi levavo la maglietta e mi gettavo sempre al centro dell'attenzione. Amo ballare da sempre. E la mamma mi ha dato un fisico non da ridere. Una sera in una discoteca di Amsterdam ho fatto amicizia con un go-go boy. Cioè. Non era proprio amicizia, ma diciamo che nella sua pausa ci siamo divertiti abbastanza...».

Ti ricordo che ci leggono in Italia. E dopo che è successo?
«Abbiamo un po' parlato e mi ha detto che di fisico c'ero e che non ballavo male. Dentro di me gongolavo! Ho cominciato in quella stessa discoteca e in due mesetti hanno iniziato a pagarmi. Da lì in poi mi hanno chiamato in giro per far serate sempre più lontano. Amsterdam, Gent, Colonia, Berlino, Lille, Nantes, Parigi, Lione, Londra, Barcellona, Copenaghen...».

Un po' come giocare a Risiko. E con tutta questa esperienza ne avrai viste abbastanza per raccontarci cosa vuol dire essere un go-go boy.
«Anzitutto ce n'è di tanti tipi. Dipende dalle serate, che vanno a generi musicali. Commerciale, techno ed elettronica, house, punk, disco. C'è un po' di tutto. Si sa per esempio che in Italia le serate e i locali gay sono più standardizzati: per esempio c'è più commerciale, più house e pochissima techno-elettronica, quasi zero punk. Io faccio un po’ di tutto, perché mi piace muovermi: ballare è la base. Nel mio cuore ho un’anima più techno-elettronica e questo influisce un po’ sull’atteggiamento».

Atteggiamento tuo?
«Sì, di chi vive la serata. Quelli che si fanno tutte le commercialate in genere sono le fighette tiratissime, uomini fashion tirati a lucido che vestono i panni della divinità che sta lassù in alto. Ma questo anche perché c'è gente di un po’ tutti i tipi che va a ballare musica commerciale, ed è anche ritrovo dei modaioli. Le serate più “diverse” sono invece quelle dove riesco a dare il meglio: si fanno coreografie e si entra più nel personaggio».

Tipo? Ci fai un esempio?
«Beh, all'inaugurazione di Rapido [serata techno-elettronica in giro per il nord Europa, n.d.r.] ad esempio c'era un grande palco circolare, tutto intorno alla pista da ballo. Abbiamo inscenato a più riprese una specie di corte dei miracoli con personaggi stile Tim Burton (ma più fetish e sanguinolenti). È anche vero che c'erano performance di scarificazioni ed altro a far da atmosfera (quelle ovviamente i go-go boy non le fanno). Eh eh eh! Una serata per famiglie insomma! No, beh, mica sempre cose crude. A volte faccio anche l'omino cosparso di olio e gli occhiali da sole che mostra i tatuaggi con arroganza!»

Bene. Ma il go-go boy... scusami il termine, ma molti lo considerano un po’ un “puttano”.
«Io non faccio sesso a pagamento. E se balli, balli e stop. Tutti i locali hanno i buttafuori e un servizio di sicurezza che impedisce a chiunque anche solo di sfiorarti. Non è un lavoro facile. Posso capire che molti abbiano pregiudizi, ma dipende sempre a che livello lo fai. Nei locali seri, si fanno tante prove, si comincia a lavorare a volte anche prima di mezzanotte e si finisce tranquillamente anche per le 10.00/11.00 del mattino dopo. Dipende dove sei. Comunque devi avere una grande resistenza per mantenere le energie per anche dodici ore filate. Si fanno pause, certo, ma non tutti sono in grado di mantenere il personaggio in un posto pieno di gente con musica assordante».

Certo, ma non è lavorando in discoteca che hai iniziato a fare l’attore porno?
«Sì, però quello è un altro lavoro che non c'entra niente. Un paio di conoscenze e via. So che per la gente “normale” le due cose possono essere facilmente messe insieme, ma recitare in film porno è una cosa per la quale potevo tranquillamente non essere tagliato. Poi ok: se metti insieme l'esercizio, il fisico e... eh eh eh...».

I tatuaggi. Sì... Ma dimmi: che rapporto hai quindi col sesso? Recentemente è stato sollevato lo scandalo in Inghilterra contro una nota casa di produzione di porno gay per la mancanza di controlli del test HIV sui propri attori e alcuni son rimasti infettati: cosa ne pensi?
«I controlli sono alla base. E questo non perché siamo gay, visto che ancora al mondo c’è qualcuno che associa le parole “gay” e “aids” con grande disinvoltura. La prevenzione è importantissima, non solo per l'HIV ma per un sacco di altre malattie. Una delle cose più importanti è dare il buon esempio ai più giovani. Io e altri colleghi abbiamo fatto molte campagne per la prevenzione e continueremo a farne. Il sesso è bello farlo e fa bene: per questo bisogna parlarne con naturalezza, spontaneità, come faresti al supermercato chiedendoti se un fustino di detersivo è meglio di un altro. Chi poi chi si scandalizza a sapere che la gente scopa? Scopiamo tutti: chi lo fa meglio, chi di più, chi si diverte. Chi non lo fa è per sua scelta o per problemi suoi».

Se tu avessi un figlio lo lasceresti fare il go-go boy se volesse?
«I figli decidono per se stessi. Go-go boy a volte si nasce: uno ce lo può avere nel sangue, basta che entri in discoteca e balli. Il problema è come balli, come sei, quanto carisma hai».

Un consiglio ai discotecari.
«Non imitate le mosse degli altri. Guardate, imparate e poi personalizzate: il ballo è una cosa tua, se sei te stesso quando balli vinci troppi punti in più rispetto a tutti quei ridicoli imbecilli che credono di essere delle dive. Se poi uno ci mette ogni tanto anche dell’autoironia è da sposare».

 
 
 
 
 
 
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