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Cultura

È dura essere donne, oggi come ieri?

 
La condizione femminile prima e dopo il 1968 secondo la scrittrice Lilli Luini. Dal blog di Claudia Priano
 
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Vi proponiamo l'ultimo post del blog di Claudia Priano su mentelocale.it. L'autrice pubblica le riflessioni della scrittrice Lilli Luini.

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8 aprile 2008
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di Lilli Luini
   
donne

Domani, nella battaglia, pensate anche a me.

Avevo 11 anni, era il 1968. Mi avevano iscritta a una scuola di suore, una scuola femminile. In classe con me c'era una bambina timidissima e balbuziente, si chiamava Laura. La suora che insegnava italiano la costringeva a leggere in classe. Perchè balbettava.
Il tempo nel ricordo si è fermato e io la vedrò sempre come quel giorno, le gote rosse come un peperone, gli occhiali spessi, la treccia nera. Quel giorno, in cui si imbattè in un avverbio: "intollerabilmente". Era troppo per lei, e si andò avanti in un duello impari, lei sempre più rossa e ormai alle lacrime e la suora che ripeteva "ce la devi fare, se non ci riesci è perchè sei testarda".
Non riuscii a stare zitta, lo dissi io "intollerabilmente".
La suora spostò gli occhi. Da lei a me. Alzati, disse. Mi alzai. Vieni qui davanti a tutti, disse. E io andai. Ero grassoccia, allora. E lei disse: "Vedete, bambine? Io correggo i difetti che posso correggere. Laura può parlare bene e spedita. Invece quest'altra vostra compagna purtroppo è bassa grassa e brutta e questo non è correggibile. Nessun ragazzo la guarderà mai. Non conoscerà mai l'amore meraviglioso che porta al dono della maternità. Puoi tornare nel tuo banco, ora". Andiamo avanti.

Passarono due anni, e la mia amica Cristina si buscò una bronchite e divenne completamente afona. I suoi genitori, come quasi tutti i nostri genitori di allora, pareva vivessero per lavorare. Incaricarono il figlio maggiore, che aveva diciotto anni, di telefonarmi e farsi dettare i compiti per la sorella. Lui chiamò. Rispose mia madre. Gli disse di essere un mio amico, e chiese di parlarmi.
Mia madre si mise a urlare come un'ossessa "mia figlia non ha amici maschi!" e buttò giù il telefono. Corse da mio padre, mi aggredirono, io morii di vergogna. Loro a urlare, per farmi confessare il peccato mortale, e io a piangere e a giurare che non conoscevo nessun maschio. Non avevo in effetti idea di chi potesse essere al telefono e non l'ebbi finchè, quella sera, chiamò la madre di Cristina e chiarì l'equivoco. Questa era la vita di un'adolescente prima che noi - le donne di quegli anni - la cambiassimo.
Una schizofrenica altalena tra il dovere unico di piacere a un maschio (senza il quale la tua vita non aveva significato perchè mai avresti avuto accesso alla Maternità, scopo del tuo esistere) e il non doversi mostrare - tanto meno doversi mostrare attraente - a nessun maschio.
Che cos'è rimasto di tutto cio?

Tre-quattro anni fa iniziò il restauro di Palazzo Nardini, in via del Governo Vecchio, a Roma. Lo storico palazzo occupato e difeso dalle femministe il 2 ottobre 1976 e divenuto sede del movimento. Qualche giornale riportò la notizia. Una ragazza di trent'anni scrisse una lettera a Natalia Aspesi, che la pubblicò su Repubblica. Mi colpì molto. Diceva ero una bambina, allora. E vedevo in Tv quelle donne così diverse da mia madre. Non capivo. Ora, grazie al vostro articolo, mi sono documentata. Ho compreso che se io mi sono iscritta alla facoltà che volevo, se mi sono laureata seguendo le mie inclinazioni, se ho un rapporto aperto con i miei genitori, se ho potuto andare ai consultori, farmi prescrivere la pillola e vivere una sessualità serena, se oggi convivo con il mio ragazzo senza essere costretta da nessuno ad andare davanti a un prete in cui non credo, io lo devo a quelle donne che hanno combattuto perchè io fossi libera. E oggi mi sento in dovere di continuare la loro strada.
Vorrei non fosse sola. Si comincia da qui, dal rispetto che ci dobbiamo e che solo quando ci siamo date noi stesse possiamo pretendere dagli altri. Sono tornate le battute volgari, sono tornate le allusioni sessuali, e dietro di loro - dietro, non davanti - sono venute le discussioni su tutte le nostre conquiste.

Quasi fossero cose superate, da rivedere, riconsiderare, cancellare. Quasi noi fossimo tornate quegli oggetti che un tempo combattemmo. Mi rendo conto di lanciare una provocazione. Ma io, la bambina umiliata e sgomenta di quarant'anni fa, mi guardo intorno, vedo un esibizionismo che sfiora l'aggressività, vedo connivenza e mi chiedo: siamo davvero sicure di non aver fatto nulla per lasciar credere che, in fondo, quelle donne in corteo erano solo delle matte, ormai superate, e quel che conta per una donna è essere fica con tutto quel che segue e consegue?

 
 
 
 
 
 
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