Dunque. Funziona così. Giorgio mi chiama e mi fa: “devi recensire un pornazzo”. E io: “Ok”. E lui: “Un film della Breillat con Rocco Siffredi”. E io: “Sospetto che sia un pacco”.
Titolo italiano: Pornocrazia. Titolo francese: Anatomie de l’enfer. Sarà una divertente parodia girata a Palazzo Chigi, o piuttosto l’equivalente hardcore della Corazzata Potemkin?
La seconda che ho detto. Classico film eroto-intellettualoide francese. Rocco Siffredi nei panni adamitici di attore impegnato. Sguardo profondo quanto una pozzanghera. Regista e autrice dei testi, Catherine Breillat, una donna pazza e anche un po’ disturbata. Incazzata nera con gli uomini.
Praticamente la Breillat prende il Rocco nazionale e gli fa interpretare il ruolo dell’omosessuale. E già lì nessuno ci crede. Lo costringe a contemplare pensieroso e parecchio disgustato l’intimità femminile. Figuriamoci. Gli fa avere un amplesso e poi lo fa rannicchiare a bordo letto a piangere calde lacrime. Rocco, non ti possiamo vedere così.
Insomma, una sadica assetata di vendetta. E che per di più prova gusto (e la cosa le fa anche gioco al botteghino, diciamolo, perché Rocco in Francia è una celebrità!) nel sacrificare sull’altare della colta contemplazione proprio uno che le donne le ha sempre trattate con ignorante machismo (per esigenze di scena, certo, ché alla fine tutti dobbiamo magnà, anche gli attori porno). E così quel poco che i due combinano a letto non dà soddisfazione né a loro né tantomeno a noi.
Il messaggio è che gli uomini sono attratti e allo stesso tempo disgustati dalle donne, dal loro mistero, dalla loro insondabile “profondità”. La Breillat mostra compiaciuta ciò che secondo lei gli uomini trovano ripugnante, e mi chiedo che razza di uomini abbia conosciuto (la cosa che ha schifato di più la sottoscritta era l’orribile vestito eighties di Rocco color panna). Ma lei ne è convinta e insiste a paragonare la “nostra” (mi sento chiamata in causa) intimità a un pulcino spiaccicato, alla pelle granulosa delle rane, alla scorza brufolosa dei polli spennati. Bah. Credo che i signori d’oggi temano di più gli insondabili abissi dei nostri pensieri, ché ai particolari anatomici spiattellati in widescreen ormai sono abituati.
E’ chiaro che in questo film il sesso è metafora dei rapporti di forza tra generi, ma non è che sia questa gran novità (persino le fiabe per bambini celano inconsce ed ancestrali paure degli uomini verso l’organo femminile). La Breillat però ci crede come al Padre Nostro e allora vai con i versi declamati ad alta voce, tanto i due sul letto sembrano i personaggi di uno Shakespeare splatter col gusto dell’aggettivo ricercato, con lei che gli chiede di guardarla “là” e lui che ciancia di “perniciosa frivolezza” mentre la guarda “là”.
E via a dissertare di mestruazioni, di femminilità negata e segregata, con riferimenti diretti all’integralismo religioso. E va bene che di questi tempi la femminilità rischia di sparire sotto un velo, però non dimentichiamo che tutto era iniziato come un gioco erotico, un po’ disperato forse, tra una che ha tanti soldi e nulla da fare e un giovane bietolone.
Insomma mi sembra che questi francesi non rinuncino al gusto insistito per lo scenario squallido e il particolare sordido, sempre a rimestar compiaciuti nello zozzo. E se un Tinto Brass nostrano è più ruspante e gioioso e genuino (le sue donne sodomizzate sempre col sorriso sulle labbra), e ciò rasenta il ridicolo, è anche vero che alla fine tutte queste decadenti elucubrazioni tragiche e senza gioia terminano con Rocco che si reca al Bar dello Sport a lamentarsi con l’amico sfigato che le donne “son tutte buttane”. E lì sì che son grasse risate.
E allora tanto valeva divertirli un po’, questi signori spettatori. E magari anche le signore spettatrici, grazie.
A chi si aspetta di vedere un pornazzo “con un po’ di trama”, consiglio di girare al largo, ché qui non c’è trippa per gatti in calore, ma solo frattaglie sanguinolenti per tristi avvoltoi.