Critico - Oh. Mio buon amico, ben ritrovato.
Spettatore - Salve. Cos'è tutto questo buon umore oggi?
C - Niente di particolare. Diciamo che ho fatto una sorta di fioretto.
S - Cioè?
C - Ho deciso che stavolta farò di tutto per non risultare arrogante.
S - Maddai. E com'è 'sta cosa? Perché?
C - Immagino che nel suo modo sgram... un po' colorito, graziosamente arruffato, lei mi stia chiedendo da dove s'origina questa mia decisione. Ebbene: Verdone m'è simpatico.
S - Ah sì?
C - Direi di sì. In fondo ha una storia registica più che dignitosa, e non se la cava male neppure come attore. Le sue maschere hanno segnato il percorso della commedia italiana negli anni '80, e in parte pure nei '90. Certo, non si distingue per leggerezza e stile.
S - Eh beh... Le maschere?
C - Riprenderle potrebbe sembrare un tentativo un po' patetico di compiacere i vecchi fan da parte di un autore cui è rimasto ben poco da dire. O di accodarsi all'imperante moda del revival trash, tra allenatori nel pallone e veramente ecceziunali sequel... MA!
S - Ché urla?! "Ma" ché?
C - No, dico, c'è un "ma". Ha letto le interviste di Verdone in questi giorni?
S - No.
C - Ecco. Verdone si scaglia contro "la volgarità dei tempi", noti le virgolette. In particolare contro la decadenza televisiva e paratelevisiva, contro l'appiattimento mediatico. Contro. Molto contro.
S - Urca. Allora le sta simpatico vero? Dice queste cose che dice sempre pure lei. Per forza.
C - "Simpatico" è una parola che userei con parsimonia. Diciamo che sono ben disposto. È sufficiente.
(si spengono le luci; il film si rivela diviso in tre parti; la prima racconta di una famiglia di mentecatti che deve organizzare il funerale della nonna)
S - HAHAHAH! Ha sentito come parlano i bambocci? Parlano come Verdone, con la voce da fessi!! HAHAHAH!
C - Mi guardi. Mi vede? Ecco, esattamente ora, sono al massimo della mia benevolenza. In questo stato di profonda serenità le chiedo: lei, come uomo, non si sente svilito?
S - Eccolo che comincia. Guardi che ha promesso...
C - Aspetti aspetti. Non si agiti. Mi ascolti. Consideriamo questo fatto dei bambini che, ridoppiati, per altro in modo sporco e grossolano, parlano con la stessa ridicola voce gutturale del padre. Diciamo: la cosa può far ridere oppure no. Un sorriso, in avvio, le confesso, me l'ha pure strappato.
S - Lo vede?
C - Sì. Però. La gag, che già in sè non è proprio un prodigio di raffinatezza, viene usata dopo 3 secondi dai titoli di testa. Poi: ancora. Poi: ancora. Poi: ancora. A quel punto lei converrà che non fa più tanto ridere. Ebbene, non solo viene riutilizzata di nuovo, ma si sente pure la necessità di far dire a una vecchia signora "ma come parlano quelli?". E al suo dirimpettaio di risponderle "è ereditario". Ecco. Questo proprio non la disturba?
S - No.
C - Ecco. Però. Io non posso davvero evitare di domandarmelo. Che non si rendano conto mi sembra escluso. Verdone non è un cretino. Allora cos'è che pensano? Che per far ridere sia necessario pensare di rivolgersi a una persona molto lenta? È questo il loro spettatore di riferimento? Siamo questo noi? Non è stufo di questa roba?
S - Non mi ricordo più la prima domanda.
C - Guardiamo il film, và.
(il film prosegue; il secondo episodio ripropone Furio, il professore d'arte arricchito, ipocrita e puttaniere; l'ultimo Ivano, Enza e figlio, famiglia di burini romani che ha fatto i soldi, in vacanza a Taormina; dopo due ore e dieci arrivano i titoli di coda)
S - Vabbè dai divertente.
C - È una battaglia persa. Mi domando perchè non vado a pescare crostacei in Scandinavia.
S - Massù, non faccia così, stia tranquillo. E un po' lungo, non fa ridere sempre, ma è simpatico, è un film simpatico, dai.
C - La cosa che le ho detto prima, che ogni battuta è ripetuta almeno tre volte, sillabata, imboccata. Mi fa tristezza. Glielo giuro. Ma, guardi, lascerei anche stare. Quello, e il ri-doppiaggio pessimo, e la regia elementare, e l'utilizzo di attrici grossolane come Geppi Cucciari. Chissenefrega. Perché Verdone ci prova sa? Si vede. Almeno nel secondo e terzo segmento. Ci prova.
S - E non ci riesce, scommetto.
C - Qualcosa sì. Prende delle macchiette, degli stereotipi umani, e lì anima con una certa onestà. Si vede che a monte c'è una persona di buona sensibilità, occhio attento. Non sono solo sagome, si riesce persino a credergli. Ma il punto è un altro. È cinema così "povero". Così provinciale. Così "romano". Ripiegato su sé stesso. Senza slanci. Allora dico: basta cazzo.
S - Pure le parolacce dice? Bene, lo vede che fa progressi.
C - No no. Basta. Basta. Basta. Hanno rotto i coglioni. Moccia, Muccino, Martani, Verdone... Non se ne può più di questo cinema autoreferenziato, stancamente popolare, imbevuto di dialetto. Possibile che non riusciamo a mettere in piede una via anglosassone, o quanto meno europea, alla commedia? Possibile che la gente per ridere abbia bisogno di questo? Non esiste proprio un minimo di fiducia nelle persone? Voglio dire, non credo gli americani si possano considerare più svegli di noi, eppure il loro cinema popolare non assomiglia nemmeno lontanamente al nostro...
S - Io, guardi, non lo so. Non so che dirle. Mi dispiace quando si butta giù così, mi passa persino la voglia di menarla.
C - È che sono sfinito. Sarà pure la Commedia dell'Arte nell'epoca dei telefonini, ma almeno quella gente sapeva saltare su una gamba sola e camminare sulle mani... Questi invece. Sono fantasmi. Fantasmi. Che gli dei ce li levino di torno.