Negli anni Cinquanta, periodo centrale e critico per Jean Genet, la sua poetica trova alimento nella particolare attenzione al fenomeno artistico. Lo scrittore frequenta allora lo scultore svizzero Alberto Giacometti. L’artista ritrae lo scrittore in disegni e dipinti e ne deriva una riflessione sull’arte che Genet sintetizza nel saggio L’Atelier d’Alberto Giacometti, testo di presentazione della mostra di Giacometti presso la Galleria Maeght nel giugno 1957. Alle varie riprese editoriali (in Italia, trad. di Massimo Raffaeli, Genova, Il Melangolo, 1992 e trad. di Giorgio Pinotti, in Il funambolo e altri scritti, Milano, Adelphi, 1997) segue ora quella più recente (Paris, Gallimard / L’Arbalète, 2007) illustrata dalle 33 fotografie di Ernest Scheidegger, già corredo all’edizione originale (Décines, Marc Barbezat, 1963).
L'Atelier, da resoconto diaristico dell’esperienza vissuta nello studio dell’artista, diventa riflesso di un doppio alle prese con la materia da plasmare, in cui il narratore-poeta, ammirato, si identifica fino all’autoritratto.
Picasso stimò questo testo un culmine nella saggistica d’arte. Lo sforzo di Giacometti affascina infatti il poeta-drammaturgo. Davvero il grigiore dello studio, sito in rue Hippolyte-Maindron a Parigi, apre allo scrittore-esteta orizzonti rivelatori. L’alta pedagogia esercitata da Giacometti su Genet (avvertito però dalla precedente mediazione sartriana) si ritrova ancora nella pulsione a un’arte che annulli l’artista glorificando il proprio esito materico e formale. Il tono della scrittura acquista un’insolita pregnanza, nel dialogo di metafisica quotidianità. Eccone un tratto:
IO – Bisogna avere il cuore ben saldo per tenersi in casa una delle sue statue.LUI – Perché?Esito a rispondere. Con la mia battuta, mi prenderà in giro. IO – Una delle sue statue in camera, la camera diventa un tempio.
Sembra un po’ perplesso.
Dialoghi sospesi e deflagranti nel silenzio, si alternano a sentenze, stupite e stupefacenti, fino alla sola certezza indiscutibile, quella sul mistero della bellezza, dei suoi ingredienti concreti, crudeli ed essenziali; fino alla ferita dell’essere denunciata con insistenza dal poeta. Allora ci si sofferma sulle immagini: il pittore al lavoro, gli attrezzi, le opere in disparte, tutto in sfumature infinite di grigio: “In mezzo a vecchie bottiglie d’acquaragia, sta la tavolozza, quella ultimamente in uso: una fanghiglia di grigi differenti”. Interni di un tempo fermo, eppure in fermento creativo, in divenire.