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Società & Tendenze

Legge 194: leggiamola prima di tutto

 
Il disordinato dibattito intorno all'aborto terapeutico dimentica punti fondamentali della normativa. Vediamo almeno l'art.1 e 4
 
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14 febbraio 2008
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mentelocale di
Laura
Santini
   
 
Per rispondere agli attacchi alla Legge 194, si è costituita a Genova una rete di cittadini: rete 194. Sabato 23 febbraio 2008, alle 16,30 in piazza De Ferrari, (angolo largo Pertini), lo stesso gruppo autonomo ha convocato una manifestazione in difesa della libertà delle donne di decidere in materia di scelte riproduttive, contraccezione, sessualità. Sul sito rete194.wordpress.com sono illustrate le iniziative, le adesioni all'appello e raccolti documenti. Per info: rete194@gmail.com.

L’accapigliarsi diffuso e sguaiato sull’aborto e la Legge n. 194 del 22 maggio del 1978 sa tanto di un furbesco “cambiamo discorso”, dato il momento politico in cui viviamo. Forse bisognerebbe piuttosto recuperare dal dimenticatoio la parola vergogna. Se provare vergogna tornasse ad essere un valore, aberranti immagini - come le zuffe o le mangiate di mortadella in Parlamento - non farebbero il giro del mondo. Ma restiamo sul dibattito intorno al diritto all’interruzione di gravidanza guadagnato - dopo estenuanti lotte - negli anni '70.
Non solo in quanto donna ma più semplicemente in quanto cittadina italiana rispetto al gran baccano intorno all’aborto e alla 194 (disponibile integralmente online sul sito web giustizia.it), vorrei semplicemente invitare tutti a leggerla questa normativa e a non farsi fuorviare da posizioni rozze, purtroppo ritenute autorevoli e degne di spazio sulla nostra stampa.
Ecco di seguito l’articolo 1, in cui mi sono permessa di mettere in evidenza le parti che già prevedono gli eventuali rischi di un obbrobriosa selezione delle nascite o addirittura tentativi di eugenetica. Leggiamo:

Articolo 1
Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.
L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.
Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limit
azione delle nascite.


Ma il punto forse peggio interpretato in queste caotiche giornate è quello relativo alla denominazione aborto terapeutico. Con questa espressione si intende in primis - come leggerete nell’articolo 4 di seguito – la condizione di non salute fisica, ma anche lo stato di malessere psichico della futura madre e, solo in seconda battuta, quello relativo al feto e a sue eventuali anomalie e/o malformazioni. Il che vuol dire che se la futura madre non sta bene – vuoi psicologicamente, vuoi per qualche disturbo del suo corpo o addirittura per la scarsità di risorse economiche a lei disponibili – può accedere all’aborto terapeutico. Il che ovviamente include anche il caso in cui si vengano diagnosticate gravi malformazioni al feto, evento che ragionevolmente può determinare sgomento, paura e disagio nella futura madre. Ma include anche la situazione per cui una donna non abbia un adeguato supporto affettivo o familiare per affrontare serenamente la gravidanza e successivamente la maternità. Leggiamo:

Articolo 4
Per l'interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell'articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.


Ora, la legge è ancora lunga (22 articoli) che ognuno si può leggere con grande tranquillità a tempo debito, quello che mi preme ricordare è che la donna prima di tutto è un essere umano, poi senz'altro una cittadina, quindi potenzialmente madre, ma questo ultimo stato deve essere lei a sceglierlo con cansapevolezza profonda e non le può in alcun modo essere imposto. Nei nove mesi della gravidanza - che certo non è uno stato di malattia - il corpo della donna subisce modificazioni molto importanti che hanno un altrattanto forte modifica dei suoi stati psicologici, anche se spesso in una gravidanza sana la donna è addirittura più forte sia fisicamente che intellettualmente.

La gravidanza e la crescita del feto non può cambiare lo stato di essere umano e di cittadina della donna con quello di mero contenitore di una vita - questa sì troppe volte valutata come intoccabile. Questo essere considerate un contenitore, è ciò che ha determinato tra le donne il tabù dell'aborto naturale per esempio. L’aborto naturale, quello che sopravviene senza alcun intervento esterno, ma semplicemente per meccanismi biologici a tutt'oggi non perfettamente compresi dalla medicina - è un fenomeno diffusissimo e dolorosissimo, vissuto a vari stadi della prima, seconda o altra gravidanza da un numero elevatissimo di donne (giovani e meno giovani). Questo 'incidente' è vissuto con lo stesso dolore, senso di sconfitta e vuoto interiore che le tante voci maschili rivendicano in queste giornate di dibattito di fronte al cosiddetto infanticidio, senza conoscere la complessità del 'lutto' che la donna è portata a vivere - e in grande solitudine spesso. Questi stessi uomini - per fortuna non troppi - l'aborto e il dolore che ne deriva probabilmente non solo non se lo possono fisicamente immaginare ma non l'hanno neanche mai vissuto nella qualità di padri o compagni. Parlo di tabù perché difficilmente le donne ne parlano tra di loro e perché, nella società patriarcale e utilitaristica, è semplicemente un fallimento, qualcosa di cui vergognarsi e a cui frapporre quel silenzio perbenista, salvo poi risolvere tutto - almeno in apparenza - con un nuovo tentativo e un'altra gravidanza.

Sinceramente, la notizia dell’incursione della polizia al Policlinico di Napoli e l’incapacità del corpo medico di proteggere – come sostiene l'oncologo Umberto Veronesi – la paziente in un momento di fragilità (perché post operatorio) mi è sembrata sufficientemente assurda, da non aver bisogno di alcun commento. Anzi credo che la reazione delle forze dell'ordine e del magistrato a una segnalazione anonima sia talmente fuori dalle righe e dalla professionalità, da commentarsi ancora una volta da sola. Forse l'unico commento accettabile è contenuto nella stringata e pacata promessa della povera paziente di "denunciare le modalità dell'interrogatorio".

Vorrei che tutti, uomini e donne, giovani e non più giovani, sentissero l’esigenza di risalire alla fonte del nostro diritto, prima di esprimere giudizi sommari intorno a una delle questioni più delicate che riguardano la donna, la gravidanza, la vita e il benessere di una un essere umano femmina in quanto potenziale o futura madre, di un feto in quanto potenziale o futuro figlio e bambino.

 

COMMENTO 1
Tutte le donne sono contrarie all'aborto.
Purtroppo di un evento cosi' doloroso e personale ne parlano in particolar modo : donne che non hanno mai avuto una vita di coppia, filosofi, politoligi,giornalisti,politici , tutti di  sesso maschile e preti.
Ma le donne  quelle che vivono l'aborto sulla loro pelle ,loro  non ne vogliono parlare, anzi cercano di dimenticare il piu' in fretta possibile, perche' come scrive correttamente la Sig.ra Santini le donne che abortiscono sono sempre sole.
Gli uomini si vergognamo di accompagnare le loro compagne, loro non c'entrano, sono "cose da donne", sono loro che se la devono sbrigare, forse gli uomini si vogliono convincere  che le donne si mettono incinte da sole. Anche nella cronaca del bliz di Napoli, la signora che viene interrogata dalla poliziotta, non ha nessuno accanto a lei che la protegge  e la difende. 
Il problema dell'aborto e'  vecchio come il mondo, lo sappiamo bene tutti, che e' sempre stato adotatto, ma quando si faceva in clandestinita' andava bene, non c'erano tutte queste inutili discussioni. Erano le donne che pagavano sulla loro pelle, che molte volte si affidavano a persone maldestre e ancora oggi l'aborto clandestino e' molto praticato, magari da medici che si proclamano obiettori.
Sono convinta che una donna  ed una coppia deve desiderare e amare il proprio figlio, prima ancora del concepimento e non doverlo accettare perche' convinto da qualcuno, ci sono cose tanto intime  in cui nessuno deve interferire.
Maddalena Sciarrone

COMMENTO 2
Brava, Laura. Prima di tutto occorre far sapere com'è davvero questa legge, perchè purtroppo sta passando la rozza semplificazione secondo cui chi è contrario a rivedere la legge 194 è "favorevole all'aborto".
Niente di nuovo, era il giochetto che facevano anche quando si opposero a far passare la legge: ora che c'è, e funziona, e ha dato ottimi risultati nel ridurre gli aborti - ricordiamolo! - e nello smantellare quella piaga sociale che erano gli aborti clandestini, vorrebbero togliercela di nuovo.
Per difendere al legge e opporsi al tentativo di ridurre le donne a soggetti senza la dignità di decidere del proprio corpo e del proprio destino - chi se lo cresce, poi, un figlio? perchè raccontare bugie, come se tutti fossero lì pronti ad aiutare le madri che da sole non ce la fanno? - si può firmare la petizione qui: http://www.firmiamo.it/liberadonna#sign
e ricordo anche il presidio in piazza de ferrari, sabato 23 alle 16.30.
Marina Seveso
 
 
 
 
 
 
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