Caro amico e forse anche coetaneo (io di anni ne ho 31, ancora 4 e sarò fuori dall'intervallo considerato per le analisi sulla condizione giovanile) mi trovi (quasi) del tutto d'accordo sulla tua lettura della nostra situazione.
Si potrebbe scrivere un enciclopedia e rimanere a parlare fino a dopodomani mattina sul lavoro che non c'è, soprattutto per chi lo cerca la prima volta, o che se c'è (e ancora grazie!) è precario, mediamente dequalificato, e malpagato; sul costo della vita e in particolare delle abitazioni, per cui andare a vivere da soli a trent'anni, si può fare, ma di fatto, con gli stipendi medi che ci sono, vuol dire cadere in miseria (e in effetti la sociologia ha inventato la categoria dei lavoratori poveri, i working poor, forse io ne faccio parte), con tutto rispetto per chi povero lo è davvero e magari deve mantenersi una famiglia; sull'impoverimento culturale diffuso, di interessi, di conoscenze e di intelligenza personale e collettiva che ad esempio amici che insegnano a scuola mi confermano all'unanimità, e di chi sarà la colpa? La televisione con i suoi modelli? La famiglia che latita?
E perciò provo a rispondere alla tua domanda, senza pretesa di esaurire la materia: perché non ci si ribella/non ci ribelliamo? 1) Perché manca una piena consapevolezza collettiva (la coscienza di classe si sarebbe detto in altri tempi, posto che la classe era una condizione lavorativa e non anagrafica): quando ci sei completamente dentro alle cose, è più difficile vederle con occhi distaccati e critici; 2) Perché siamo rassegnati, che è ancora peggio. Dentro meccanismi troppo grandi che sfuggono al controllo politico, figurati quello individuale. Ho in mente una sindacalista che diceva con sgomento di conoscere giovani di 20-25 anni per i quali passare da un co.co.co. a una finta associazione d'impresa, lavorare 3 mesi da una parte, stare fermi e poi ricominciare, era il loro orizzonte esperienziale e non ne immaginavano altri; 3) Perché ci sono dei risvolti comodi degli stili di vita, assolutamente adattivi e senza progettualità, che si possono condurre in questa cornice di precariato generale: non è male guadagnare anche solo 800-900 euro per poi usarli come argent de poche in casa di mamma e papà, senza preoccuparsi ad esempio di iniziare a rimpinguare la misera pensione pubblica che avremo, perché mediamente si vive in un orizzonte temporale appiattito, dove il futuro è spostato in avanti (e questo penso sia anche tipico, per fortuna, della giovinezza sotto qualsiasi latitudine socio-politica, il pensare di restare eternamente giovani…); 4) perché, e questo è il mio sentire assolutamente personale, c’è un retroterra di paura diffusa mista a un sentimento di sfiducia più o meno vittimista: paura di perdere quel poco o tanto che si ha, di mettersi in discussione, e perciò di rischiare di rimanere soli, fuori dal gruppo; e sfiducia sull’esito che questa operazione può avere. Crescere vuol dire anche schiudersi, cambiare pelle, e magari restare nudi, o soli, per quel lasso di tempo nel quale hai lasciato la vecchia pelle e non hai ancora quella nuova.
Passo ai punti su cui non concordo del tutto e lascio due spunti 1) la “società” tende a castrarci, è vero, ma non c’è castrazione senza una seppur minima collusione, magari inconscia, della vittima al carnefice; 2) il qualunquismo antipolitico è pericoloso, anche se ne comprendo le motivazioni, perché colpisce il legame collettivo che sta alla base di ogni vivere sociale, getta l'acqua insieme al bambino; quindi ben venga Beppe Grillo se poi porta appunto a qualcosa di progettuale e propositivo, non solo contro ma anche per...
Con affetto e simpatia