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Società & Tendenze

I giovani non si ribellano? Hanno paura

 
Prosegue il dibattito partito dalla nostra intervista a Gian Antonio Stella. Secondo Alessandra è un periodo duro. Ma bisogna reagire
 
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Sabato 9 febbraio 2008 abbiamo intervistato il giornalista del Corriere della Sera Gian Antonio Stella. Ci ha raccontato tante cose, ma una ci ha colpito in modo particolare: «Se avessi diciotto anni oggi sarei molto preoccupato, arrabbiato - ha detto l'autore de La Casta - E mi stupisce che i ragazzi di questa generazione non si ribellino. Nessuna come la loro subisce il peso dei suoi tempi».
Giorgio Boratto ha rilanciato, provando a spiegare le difficoltà che incontrano: sono precari isolati, in sintesi, la sua opinione.

Oggi vi proponiamo la risposta di Alessandra Ronchetta a Boratto sullo stesso argomento. Buona lettura.

Se vuoi dire la tua su questo argomento scrivi a redazione@mentelocale.it
 
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14 febbraio 2008
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di Alessandra Ronchetta
   
paura

Caro amico e forse anche coetaneo (io di anni ne ho 31, ancora 4 e sarò fuori dall'intervallo considerato per le analisi sulla condizione giovanile) mi trovi (quasi) del tutto d'accordo sulla tua lettura della nostra situazione.

Si potrebbe scrivere un enciclopedia e rimanere a parlare fino a dopodomani mattina sul lavoro che non c'è, soprattutto per chi lo cerca la prima volta, o che se c'è (e ancora grazie!) è precario, mediamente dequalificato, e malpagato; sul costo della vita e in particolare delle abitazioni, per cui andare a vivere da soli a trent'anni, si può fare, ma di fatto, con gli stipendi medi che ci sono, vuol dire cadere in miseria (e in effetti la sociologia ha inventato la categoria dei lavoratori poveri, i working poor, forse io ne faccio parte), con tutto rispetto per chi povero lo è davvero e magari deve mantenersi una famiglia; sull'impoverimento culturale diffuso, di interessi, di conoscenze e di intelligenza personale e collettiva che ad esempio amici che insegnano a scuola mi confermano all'unanimità, e di chi sarà la colpa? La televisione con i suoi modelli? La famiglia che latita?

E perciò provo a rispondere alla tua domanda, senza pretesa di esaurire la materia: perché non ci si ribella/non ci ribelliamo? 1) Perché manca una piena consapevolezza collettiva (la coscienza di classe si sarebbe detto in altri tempi, posto che la classe era una condizione lavorativa e non anagrafica): quando ci sei completamente dentro alle cose, è più difficile vederle con occhi distaccati e critici; 2) Perché siamo rassegnati, che è ancora peggio. Dentro meccanismi troppo grandi che sfuggono al controllo politico, figurati quello individuale. Ho in mente una sindacalista che diceva con sgomento di conoscere giovani di 20-25 anni per i quali passare da un co.co.co. a una finta associazione d'impresa, lavorare 3 mesi da una parte, stare fermi e poi ricominciare, era il loro orizzonte esperienziale e non ne immaginavano altri; 3) Perché ci sono dei risvolti comodi degli stili di vita, assolutamente adattivi e senza progettualità, che si possono condurre in questa cornice di precariato generale: non è male guadagnare anche solo 800-900 euro per poi usarli come argent de poche in casa di mamma e papà, senza preoccuparsi ad esempio di iniziare a rimpinguare la misera pensione pubblica che avremo, perché mediamente si vive in un orizzonte temporale appiattito, dove il futuro è spostato in avanti (e questo penso sia anche tipico, per fortuna, della giovinezza sotto qualsiasi latitudine socio-politica, il pensare di restare eternamente giovani…); 4) perché, e questo è il mio sentire assolutamente personale, c’è un retroterra di paura diffusa mista a un sentimento di sfiducia più o meno vittimista: paura di perdere quel poco o tanto che si ha, di mettersi in discussione, e perciò di rischiare di rimanere soli, fuori dal gruppo; e sfiducia sull’esito che questa operazione può avere. Crescere vuol dire anche schiudersi, cambiare pelle, e magari restare nudi, o soli, per quel lasso di tempo nel quale hai lasciato la vecchia pelle e non hai ancora quella nuova.

Passo ai punti su cui non concordo del tutto e lascio due spunti 1) la “società” tende a castrarci, è vero, ma non c’è castrazione senza una seppur minima collusione, magari inconscia, della vittima al carnefice; 2) il qualunquismo antipolitico è pericoloso, anche se ne comprendo le motivazioni, perché colpisce il legame collettivo che sta alla base di ogni vivere sociale, getta l'acqua insieme al bambino; quindi ben venga Beppe Grillo se poi porta appunto a qualcosa di progettuale e propositivo, non solo contro ma anche per...

Con affetto e simpatia

 
 
 
 
 
 
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