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Cous Cous
la locandina del film
 

Il critico e lo spettatore

 
I giornalisti gridano al capolavoro. Le sale sono affollate. Dicono pure che dovesse vincere a Venezia. Stavolta parliamo di 'Cous Cous'
 
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23 gennaio 2008
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
 
L'area cinema di Mentelocale, come vi sarete accorti sta cambiando. Tra le tante novità la rubrica Il critico e lo spettatore, in cui ci proponiamo di analizzare ogni settimana uno stesso film sotto due differenti prospettive: quella da intellettuale militante, e quella da semplice spettatore che dal cinema si attende soprattutto divertimento e relax.
Ovviamente, senza prendersi troppo sul serio...
Dunque, quando ho pensato a questa rubrica l'idea era, più o meno, questa: i critici hanno le loro idee, gli spettatori comuni anche. In molti casi (alcuni, tipici) non vanno d'accordo. Vediamo di sfruttare la cosa per parlare di cinema per paradossi, chissà che non ci si possa fare due risate e prenderci tutti (soprattutto i critici) un po' meno sul serio.
In questa precisa prospettiva, Cous Cous è una benedizione dal cielo.

Critico - Le grain et le mulet (nota: il critico utilizza sempre il titolo originale, per poi ironizzare sulla versione italiana), titolo assai più evocativo del nostro Cous Cous, furbata da distributori che fa tanto ‘etno-chic' (nota: visto?), è un esempio limpidissimo di ‘neo-neorealismo' francese, una fotografia appassionata e vivissima su un contesto sociale e culturale a cui i media ci hanno abituato solo secondo comodo e scalpore (i drammatici conflitti nelle banlieu parigine): quello dei sobborghi a dominante araba delle periferie transalpine.

Spettatore - Ora, a me il cous cous piace pure. In mensa lo danno una volta alla settimana. Ma dico io: venti minuti di gente che lo mangia con le mani? Venti minuti? Mangiano e litigano e ridono. Secondo voi perché torno a casa solo una volta ogni 4 mesi? Secondo voi mi manca il pranzo della domenica?

C - Abdellatif Kechiche l'aveva già dimostrato in Tutta colpa di Voltaire e La schivata (nota: il critico ha visto solo il secondo, ma finge): nessuno come lui sa impostare una recitazione corale, orchestrando scene maestose che pulsano vita a ogni inquadratura, dirigendo concerti di sguardi, pianti e risate con una sensibilità rara e preziosa.

S - E insomma, a un certo punto sono veramente frastornato. Il vecchio silenzioso e i suoi 7-8 figli (non ho capito bene, tra figli legittimi e non e i loro compagni e le loro compagne, a un certo punto ho fatto casino) parlano a voce troppo alta e litigano e mangiano da un sacco di tempo e io ho voglia di tornare a casa e andare su Internet e masturbarmi. Così guardo l'orologio e penso che il film è iniziato alle 21, quindi ora saranno almeno le 22.30 e starà finendo. Ecco, indovinate che ora era? Erano le 21.37.

C - In tal modo il film si srotola attraverso una serie di quadri familiari caldissimi e profondamente commoventi, popolati di personaggi veri e vivi, che conducono alla risoluzione finale, quando deflagra il contrasto antipodale (nota: contrasto antipodale?) tra la fragorosa energia vitale della bellissima Hafsia Herzi, talento da tener d'occhio (nota: il critico usa spesso questa frase per far vedere che ha l'occhio lungo), e il destino beffardo e tragico della nobile figura del padre, il grande Bouraouia Marzouk (nota: il critico in realtà non ha idea di chi sia).

S - In conclusione: non è che voglio attaccarmi a questa storia dei venti minuti. Ma siamo proprio proprio sicuri che il buon Abdellatif non ciurli un po' nel manico? Siamo sicuri che 150 minuti (150 MINUTI!) fossero necessari? Quando la moglie tradita urla e piange per un tempo che sembra paragonabile all'età dello spazio, non avete sperato anche voi che la pellicola si bruciasse? E perché solo primi piani per due ore e mezza? Perchè?

C - La poesia che si schiude nell'ineffabile bellezza di volti bruciati dalla vita. Capolavoro, e vero Leone d'Oro del Festival di Venezia (nota: questo l'hanno detto tutti i critici della penisola).

S - Un'agonia. Una fucilata nei testicoli. Se vinceva a Venezia non andavo più al festival.

 
 
 
 
 
 
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