Domande aperte, anzi croniche. Un saggio sulla
necessità del teatro. Ripensare la propria esperienza poetica e di collaborazione drammaturgica e porla in discussione è l'intento di
Jean-Pierre Siméon nel suo recentissimo
Quel théâtre pour aujourd'hui? (Besançon, Les Solitaires Intempestifs, 2007, pp. 94, 12 Eu), nel quale l'autore ordina le idee espresse e verificate negli ultimi decenni. In particolare, nell'attività svolta presso la Comédie de Reims, indi al T.N.P. di Villeurbanne, col direttore-
metteur en scène Christian Schiaretti.
Torna spesso in Francia - dove i problemi funzionali del teatro, molto sentiti, suscitano dibattiti e pubblicazioni - la domanda sullo stato di quell'Arte (del resto Genova ha appena ospitato un incontro su temi analoghi, con dibattito attorno all'esperienza di
Antonio Calbi).
Il Siméon non avanza un progetto riformatore. Già nel duemila una ricerca sul campo di
Michel Simonot, inchiesta con dati documenti e riflessioni (
De l'écriture à la scène, Paris, Éd. Entre /Soda, 2001), fotografava il disagio e mostrava l'evoluzione in corso, soprattutto dal punto di vista degli autori. Il risultato propositivo era indirizzato alle Amministrazioni e al Ministero competenti. Oggi
Siméon affronta le traversie del proprio agire con generosa partecipazione e speciale chiarezza di obiettivi.
L'entusiasmo della perorazione e l'energia affettiva che l'accompagna rafforzano la sua argomentazione. Si sente che per l'autore è questione capitale di vocazione artistica e di responsabilità civile. Il libro è in
due parti sintetiche, ciascuna delle quali rivela comunanza di ideali e sinergia di tensioni.
Nella prima,
Una modernità bislacca: spirito serioso, odio del sentimento e sprezzo delle idee antiquate, l'analisi urta subito contro l'atteggiamento dei responsabili d'impresa teatrali, dediti a una visione nichilista della realtà e della sua rappresentazione. Si richiamano dichiarazioni di poetica che da mezzo secolo invocano la riduzione dell'adesione emotiva, a vantaggio del distacco raffigurativo. E sotto (mentite) spoglie d'esigenza critica, la regia (vera funzione prevaricante) rende invisibile l'oggetto del reale per esaltarne il gesto con cui mostrarlo e al tempo stesso deriderlo (p. 33). Il frutto è
una curiosa schizofrenia, una mortificazione sistematica dello spettatore, negato nelle componenti di assemblea, convocata nel suo vivere, esprimersi e giudicare liberamente. L'autore la denuncia quale causa di un vero assolutismo dogmatico, poiché esclude la proposta dialettica, ipotetica, di condizioni anche contraddittorie, nell'unicità d'una via interpretativa. Posizione preconcetta che in ogni stato umano (o umanesimo) vede il principio di un male irrimediabile (p. 20).
Il culto dell'evento, a teatro, rovescia il senso da cercare in una comunione di persone disposta alla festa e alla discussione con strumenti di poesia. Così, anche il ruolo della critica scompare (p. 44), nella supposizione che la totalità (totalitarismo) dell'evento la renda (tautologicamente) inutile. L'esperienza di Reims è per l'autore fonte di semplici, cogenti constatazioni, che danno luogo ad alcuni elementi irrinunciabili nel lavoro teatrale, ancora inteso e come "arte" e come "servizio pubblico". E il ricordo dei fautori insigni di quell'utopia (da
Jean Vilar ad
Antoine Vitez) oltre la nostalgia, fonda una progettazione rinnovata nel presente e per il futuro.
All'origine della coesione e dell'identità, sta la lingua.
Vengono considerazioni sulla forma, gli attori, la comicità, il regista, il pubblico, l'autore, la trasmissione (conservazione e dono di memoria), in altrettanti paragrafi di un "trattato" che fuori teoria prospetta obiettivi e comportamenti adatti a porre argine allo stravolgimento d'una gestione idealmente e umanamente fallimentare.
Le molte concordanze (sorprendenti e perciò più preoccupanti) tra le situazioni segnalate e quelle di casa nostra, rendono ineludibile il monito, sollecitano a reazioni severe, a uno sforzo di "resistenza" incisivo.