Ho appena finito di leggere la lettera della mia
concittadina a Parigi e, da genovese emigrata, condivido appieno la sua
saudade: sono tornata a Genova per pochi giorni a Natale e come ogni volta rivedere la mia città è stato un colpo al cuore.
Basta percorrere la sopraelevata o fare due passi nei vicoli per ricordarsi di quanto Genova sia unica e per chiedersi "chi me l'ha fatto fare ad andarmene".
Però, superato il primo momento di emozione, mi sono ricordata velocemente di cosa mi ha spinto a lasciarla.
Genova, come del resto tutta l'Italia, è sepolta sotto una valanga di problemi che spaziano dal futuro drammaticamente incerto dei giovani, all'immobilismo gerontocratico della classe politica, alla scarsità - con alcune pregevoli eccezioni - dell'offerta culturale e via discorrendo,
ma la goccia che ha fatto traboccare il mio personale vaso e che mi ha convinto ad andarmene, è il mugugno, l'attitudine al lamento che ogni genovese si porta dentro come un marchio di fabbrica e che non sopportavo più.
Detto così può suonare banale e ingiusto, perché è ovvio che di fronte alla desolante situazione italiana - e genovese - ci si lamenti, però credo che, a lungo andare, questo atteggiamento risucchi le energie delle persone e, conseguentemente, di una città.
Mugugnare, vedere tutto nero, è una non-azione. Può essere uno sfogo - umanissimo e sacrosanto - ma proprio in quanto sfogo deve durare poco, non dovrebbe cronicizzarsi in una
forma mentis, dovrebbe lasciare spazio allo stadio successivo, alla reazione.
Quello che noto ogni volta che torno a Genova, è una sorta di passività dilagante: ci si indigna, ci si - per l'appunto - lamenta, per l'ennesima cosa che non va, per l'ennesima "emergenza", ma non si è fatto nulla prima per evitare che accadesse e soprattutto non si fa nulla dopo per cambiare le cose. Ripeto, non c'è azione né reazione.
Da un punto di vista strettamente personale vivere lontano è disintossicante: anche io, come genovese, sono naturalmente portata a brontolare e a non essere mai contenta ma, confrontandomi con altri modi, meno foschi, di vedere il mondo, ho capito che non ne vale la pena e che serve solo ad avvelenarmi; anche perché in Italia al momento si vivrà male ma "tutto il mondo è paese", ricordiamoci che ovunque ci sono problemi e ovunque fasce più o meno ampie della popolazione non se la passano bene.
Non voglio cadere nel paradosso del "lamento sul lamento", sono profondamente convinta che a Genova ci siano persone valide e che ci siano delle potenzialità, quindi quello che davvero mi auguro per la mia città è che nel futuro sempre di più il mugugno lasci spazio all'azione, al rimboccarsi le maniche e soprattutto al tentativo di guardare oltre ai problemi focalizzandosi sui lati positivi. Proviamo a guardare alla parte luminosa della vita come dicevano i Monty Python, sarà naïve ma meglio ingenui che perennemente depressi.
Rispondendo infine alla richiesta di consigli della lettrice che si chiedeva se tornare o no,
non credo che esista una risposta universale e non so se sia meglio vivere a Genova, Parigi, Londra o Sydney. Ognuno ha i propri tempi e le proprie necessità, inoltre ciò che può andare bene in una fase della vita può andarci stretto in un'altra, però credo che prima o poi, se riusciamo ad ascoltarci per un attimo, scatti una molla interna che ci spinge a partire o a tornare. Tutto sta nell'assecondarla o meno.