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Gli italiani? Vecchi, tristi e depressi

 
Il New York Times immagina l'Italia come un parco divertimenti per europei anziani. Eppure abbiamo il calcio e la cucina migliore del mondo
 
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17 dicembre 2007
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di Andrea Comparini aka Josef
   
L'Italia vista dal New York Times
© foto: www.nytimes.com
L'Italia vista dal New York Times. Un clochard davanti all'ambasciata francese a Roma
 
In questi giorni è stata pubblicata un'altra graduatoria che nomina i più felici tra gli italiani. Clicca qui per sapere chi sono.
Non è un bel quadretto quello dipinto dal Censis sullo stato del vostro Paese, l'Italia. Se pur nascosta da freddi dati statistici la parola "declino" risalta come un burka dentro un locale di scambisti. Più pesanti le considerazioni del New York Times che nel descrivervi vecchi, tristi e depressi calca la mano ricordando che Venezia un tempo era regina del Mediterraneo, mentre oggi è semplicemente calpestata da un'orda di turisti.
Non contento di ciò, il corrispondente da Roma immagina per voi un futuro da Florida, ossia un parco divertimenti per europei anziani.

Purtroppo, piaccia oppure no, questa - virgola in più o accento in meno - è la triste realtà che personalmente sostengo da quando ho messo radici qui da voi, ma se preferite l'ottimismo ottuagenario del Quirinale beh, in questo caso di problemi non ne avete nemmeno mezzo. La cosa che più mi ha sorpreso è stata quella di trovarvi al primo posto nella classifica europea dell'infelicità. Mi devo essere perso qualche passaggio, perché leggendo i vostri giornali e ascoltando le vostre televisioni si ricavano impressioni diverse.
Avete il campionato di calcio più bello del mondo (a Beirut quando trasmettono gli scontri fuori dai vostri stadi provano un pizzico d'invidia), avete i paesaggi più belli del mondo, ma anche coste, città, e montagne.

Avete la cucina migliore del mondo, ma anche i vini e i creatori di moda. Siete tutti furbi, ingegnosi, fantasiosi e soprattutto avete fama di grandi amatori, perché siete tristi e depressi? Misteri dell'anima oppure c'è dell'altro? In attesa di risposte mi permetto di suggerire una ricetta: provare a confrontarsi un po' di più e con meno presunzione con gli altri popoli, rimbecillirsi un po' meno con Controcampo, Isola dei famosi e Porta a Porta vari e leggere qualche libro oltre quelli della Litizzetto.

Provare a cancellare dalla mente i nomi di Lele (omissis) e Fabrizio (omissis), ma soprattutto rendersi conto di essere nella merda e che per uscirne c'è bisogno di tempo, volontà e pensieri innovativi. Diffidare di tutti quelli che blandiscono con promesse difficili da mantenere e per non sbagliare diffidare di tutti quelli che promettono cose diverse da lacrime, sudore e sangue. Grado di difficoltà della ricetta da zero a molto, dipende esclusivamente da quanti ingredienti si utilizzano.

Il gravissimo incidente alla Thyssen di Torino accende i riflettori sulla sicurezza nel mondo del lavoro. Riflettori accesi esclusivamente perché le morti plurime fanno più notizia di quelle singole, mentre bisognerebbe provare profonda vergogna per questa piaga che spinge l'Italia ai margini delle democrazie avanzate. Ma state sereni: tra qualche giorno si tornerà a parlare delle mondanità di fine anno e tutti quanti potranno sentirsi più allegri.

Però una domanda mi sorge spontanea: perché un volontario in missione di pace ha, in caso di disgrazia, la garanzia del minuto di raccoglimento allo stadio mentre l'operaio che cade sul lavoro si deve accontentare delle lacrime dei familiari? Forse perché il primo guadagna il triplo e rischia la metà? Oppure perché la retorica militare è molto più smerciabile di quella civile? A voi l'ardua risposta.
 
 
 
 
 
 
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