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Cultura
Patrizia Pasqui, 'La voce dell'isola'
Patrizia Pasqui, 'La voce dell'isola'
 

Patrizia Pasqui: 'La voce dell'isola'

 
«Un romanzo che nasce da un’ostinazione poetica», scrive Marco Paolini nell'introduzione. Giovedì 22 alla Portoanticolibri la presentazione
 
eventi
La voce dell'isola di Patrizia Pasqui sarà presentato giovedì 22 novembre 2007 (ore 18.00) alla Libreria Portoanticolibri (Palazzo Millo). Oltre all'autrice, sarà presente anche il giornalista Camillo Arcuri. Pubblichiamo qui di seguito, l'introduzione al libro scritta da Marco Paolini e il prologo.  
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20 novembre 2007
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Patrizia Pasqui
Frequenta il Liceo Classico. Si laurea in Lingue. Consegue il diploma di attrice alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova.
Dopo alcune tournée teatrali con compagnie primarie, si dedica totalmente alla scrittura, soprattutto teatrale, e alla regia collaborando, tra gli altri, con Giorgio Gaber, Marco Paolini, Sandro Luporini.
Ha scritto per l'associazione Emergency: Kamille va alla guerra e Stupidorisiko. I suoi testi teatrali vengono rappresentati in tutta Italia. Il dottor Céline - Autoritratto, monologo teatrale scritto assieme a Sandro Luporini, è stato pubblicato dall'editore Mauro Baroni nella collana Jazz Mediterranea, 2004.
La Voce dell'Isola (Il Filo, 2007) è il suo primo romanzo.
Introduzione di Marco Paolini

Esiste ancora un posto sul pianeta dove qualcuno non guarda la TV? L'autrice lo ha trovato, forse lo ha inventato e poi lo ha fatto raccontare a un muto. Patrizia Pasqui autrice teatrale nel suo romanzo di esordio ha immaginato un'isola che non c'è. È un'isola dell'arcipelago della Bell'Italia dove il SI suona ma il resto della lingua è ostico come un esperanto forse romagnolo - sardo forse no.
La gente parla così per non farsi capire dai foresti, come i musicisti napoletani che usano il parlesio per non farsi capire dagli impresari o come i preti usavano il latino un tempo.
La lingua che si usa nei dialoghi, nel romanzo non ha un suono emotivo non tronca le finali, non suona familiare. Si capisce anche senza vocabolario ma certe frasi proprio non si fanno intendere e tocca così al lettore di immaginare e inventare il senso. Così si va avanti cercando di sapere cosa è successo e perché quella gente sia così ostile verso tutto ciò che viene dal continente, in fondo è ovvio che con chi non guarda la TV non ci si capisca più.
È un romanzo che nasce da un'ostinazione poetica - in un mondo che rapidamente cambia i connotati, si dissolve e si fa il lifting - a immaginare un'isola di gente, che non vuole cambiare né farsi cambiare. Un'isola di cui non si dice il nome ma solo una posizione (in mezzo), un'isola non trovata che si può collocare in uno dei tanti mari che si sognano, ma è inutile tentare di riconoscerla.
Sconsiglio questo libro a chi ha fretta e se la TV non c'è serve almeno un altro libro. Ci vuole un poco di pazienza. Leggere va bene ma se uno si stanca c'è sempre la TV.
Sconsiglio caldamente di portare con sé questo come unico libro su un'isola come lettura da vacanza.
Sconsiglio la lettura a chi ha fretta, ma se invece per esempio uno aspetta all'aeroporto di Pantelleria perché cessi lo scirocco e arrivi finalmente il volo, se uno sta su un traghetto a ferragosto o se d'inverno cerca ancora di ricordare la bella stagione allora sì, allora questo libro va bene.
Del resto difficilmente questo libro sarà esposto in uno scaffale molto in vista e toccherà trovarlo da qualche parte ma questo il nostro lettore già lo sa.


Prologo

Vivo, da decenni ormai, sull'Isola di Mezzo.

Nessuno fa caso a me sull'Isola. Ci si abitua facilmente a un vecchio che è un'abitudine, ci si abituano subito anche i turisti, quelli che il mare vuole che arrivino. Tra questi c'è chi mostra curiosità, la medesima cura, cioè, che si adopra durante le visite guidate davanti ai reperti del passato e che sta in domande piccole ed educate, la cui soddisfazione da parte della guida non è impegno gravoso né sconvolgimento di un'esistenza tanto perfetta e tollerante da comprendere nel proprio lessico tali domande garbate: cosa fa quel vecchio? Risposta: Oh, il veglio Zaccaria scartaccia l'Isola. Gli isolani parlano così, non tutti adesso, qualche sopravvissuto alla modernità, e questo loro parlare costituisce, seppure in parte, movente del mio scrivere: parole matte, a dire che il vecchio Zaccaria - Zaccaria mi chiamano benché non sia il mio vero nome - raccoglie cartacce, carte, cartoni tutto ciò che si può recuperare, riciclare è il verbo in uso, così lontano da me come lo è la modernità ai vecchi.

Scartocciare l'isola è un lavoro che occupa il mio tempo, ma che altro fare del tempo se non occuparlo? A raccogliere carte, e anche, adesso, a scrivere, gli occhi e il naso sopra la mano che procede sulla carta non trafitta dal mio bastone a punta - che quotidianamente dalla terra la raccoglie - e comunque tormentata, la carta, dalla mia penna in un'attività impostami dagli eventi, straordinari per la verità, altrimenti non avrei consentito che la mano diventasse complice o mandante di parole. Parole che devono dire dell'Isola di Mezzo, degli abitanti e di me. Di me, cui nessuno fa caso ormai.

Tutti avrebbero continuato a non far caso a me, non fosse stato per la morte.
Arrivò di sera, ma tutto accadde all'alba, intelligente precisione di fatti e di tempo.

Un vecchio scrive una storia per estrarre un coltello dal cuore, la lama una donna, non lei, non quella donna radice di dolore, eppure più di lei, un distillato. Per cavare quel coltello dal cuore, che lo fa sanguinare, lo deve chiamare per nome e siccome rispunta dalla lama, per prenderlo sarà costretto a tagliarsi la mano.
Un fatto eccezionale, per quanto inevitabile, deve lasciare il segno.
 
 
 
 
 
 
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