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18 ottobre 2007
Dopo un'intera giornata di pullman siamo arrivati a Cusco. Ci eravamo lasciati nel tramonto dell'Isla del Sol ed ancora non sapevamo che ci attendeva la cena più lunga delle nostre esistenze. Entrati nella piccola locanda a gestione familiare alle 19.30, mai avremmo immaginato che saremmo stati serviti intorno alle 21.15. Non crediate che il locale fosse gremito: altre undici persone hanno condiviso con noi l'esperienza, ma i tempi isolani-boliviani-titicacani non si discostano molto da questi, onestamente da record anche per Marcos.
Così abbiamo ingannato l'attesa scolandoci le due bottiglie di vino rosso che, ricordate, Bruce aveva acquistato dall'intraprendente ragazzina. Ad alleggerire l'attesa l'incontro con un sessantenne napoletano trapiantato in Venezuela da ventiquattro anni, in vacanza insieme alla moglie.
Ci ha raccontato la sua storia lontana da qualsivoglia stereotipo: docente universitario e desideroso di nuove esperienze, ha chiesto di entrare nella cooperazione per andare ad insegnare all'estero. Subito pensava al Mozambico, poi la sua destinazione è stata il Venezuela, dove ha vissuto per dodici mesi. In quel lasso di tempo ha conosciuto la donna che sarebbe poi diventata sua moglie, persona affascinante quanto lui, quindi la decisione di trasferirsi definitivamente. Ora sono entrambi in pensione, vivono nel sud del Paese e, fatto insolito per una famiglia benestante, apprezzano e condividono la politica di Chavez nonostante all'inizio ne fossero spaventati.
Raccontiamo questo episodio di per sé privo di significato per sottolineare il fatto che andare in viaggio non è semplicemente vedere posti, rilassarsi ed ingrassare, ma anche - e forse soprattutto - conoscere punti di vista differenti da quelli abituali. In questo senso prima con Daniel, quindi i nove giorni con Marcos sono stati molto istruttivi e martedì sera, al momento del commiato, un po' di tristezza ha colto tutti quanti. Ci rivedremo? Chissà! Probabilmente no, ma la vita non è mai così scontata. Prima dell'ultima cena boliviana ancora qualche acquisto e un altro incontro con una coppia di Brescia che da otto mesi sta girando il Sudamerica. Non sono più giovanissimi - avranno circa trentacinque anni - ma sognavano di fare questa esperienza. Hanno chiesto l'aspettativa sul lavoro e non gli è stata concessa, e loro si sono licenziati. Torneranno a casa subito dopo l'inizio del 2008: onore al coraggio e alla determinazione, troppe volte lasciamo che la consuetudine infranga i nostri desideri.
Ieri mattina alla buona ora, carichi come dei somari, siamo saliti sul pullman che da Copacabana ci ha condotti fino a Cusco. Pochi chilometri e le formalità della frontiera: timbro boliviano d'uscita, timbro peruviano d'entrata. Un paio di ore di sosta in Puno ci hanno subito catapultato in una realtà diversa da quella lasciata: la Bolivia è un Paese molto più povero del Perù, ma al tempo stesso ai nostri occhi è sembrato più ordinato e soprattutto più pulito.
Puno invece ci ha ricondotti in quella tipica atmosfera sudamericana fatta di tanti - troppi - colori, rumori, odori. Altre sette ore di pullman, diventate otto, in mezzo a montagne innevate e vallate semidisabitate. Ogni tanto qualche casa sparsa - più che "casa", qualche agglomerato di mattoni rossi - infine un paese dall'aspetto un po' più grande. Donne che salgono sul pullman per vendere qualsiasi tipo di oggetto, mentre dal basso si stivano nel bagagliaio centinaia di casse dal contenuto o misterioso. Ancora polvere e frastuono, poi si riparte non prima di aver fatto il pieno presso una cantina contenente barili di gasolina.
Ed oggi è un altro giorno.
Isabel, Virginia e Bruce
16 ottobre 2007
Amiche ed amici è dura, molto dura. Una scalinata di oltre duecento gradini a quota quattromila e spiccioli è letteralmente infernale. E la chiamano ancora Porta del Sol. Ma quale sol? Va già bene se non ti prende un coccolon.
Sono le diciotto e da un paio d'ore abbiamo raggiunto la nostra camera, posta sul crinale dell'Isola del Sol, nel bel mezzo del Lago Titicaca. Le due ore le abbiamo trascorse in silenzio ad osservare lo spettacolare panorama, ma il lungo silenzio era dovuto al fatto che non avevamo più la forza nemmeno per respirare. Nonostante il sole caldo, che inesorabilmente ci sta salutando, fa un freddo caino, anche se qui dicono che è niente in confronto a quello che farà stanotte: speremmu ben!
Stamani abbiamo lasciato La Paz in modo un po' rocambolesco, tra blocchi stradali, tentativi di aggirarli e polizia fiscale che ci ha fermati per un'oretta per un motivo burocratico del nostro Marcos. Però alla fine abbiamo raggiunto la nostra meta, che si trova proprio al confine con il Perù. Domani saremo ancora in Bolivia, mercoledi mattina alle ore nove pronti via per una bella dodici ore di pulman. Del resto, se volevamo le comodità, potevamo sempre andare in vacanza a Tiglieto.
L'Isla del Sol ricorda molto da vicino quella dello scenario del film di Gabriele Salvatores Mediterraneo, asini compresi: ce ne sono a centinaia. Il sottoscritto è stato appena abbindolato da una bambinetta di non più di otto anni che gli ha venduto due bottiglie di vino ad un prezzo maggiore da quello poi scoperto da Isabel nel negozio a fianco (negozio, mentre lo scrivo, mi sembra una parola grossa).
Di per sé non sarebbe la prima volta che uno acquista un prodotto ad un prezzo maggiore che in un altro esercizio, il particolare è che il mostro in questione, la bambina, mi ha detto: compra le bottiglie da me, che le vendo a cinque boliviani in meno della mia dirimpettaia: BUGIARDA! Non s'ingannano così i turisti. O forse sì? Ai lettori l'ardua sentenza.
Due pillole:
1) alle 14 di oggi siamo ufficialmente entrati nella seconda metà della vacanza... e chi se ne frega, ce lo vogliamo aggiungere?
2) chi vuole leggere il nostro racconto e non è tra gli eletti in mailing list ha due soluzioni: la prima è di farsi girare i nostri racconti da uno tra i più fortunati, la seconda è collegarsi al sito di mentelocale.it, che gentilmente ci ospita.
È ora di tramonto, è ora che vada.
Bruce
15 ottobre 2007
Innanzitutto, prima di cominciare il mio breve (giuro) racconto, volevo lamentarmi con voi per il trattamento riservatomi dalle mie socie. Sputtanare cosi i miei problemi intestinali quando io... beh, alcuni giorni fa mi ero appellato alla privacy e non avevo svelato i due che avevano risentito dell'altura: erano proprio loro. Virginia che lamentava scollamenti del cervello dalla testa (già per questa definizione ci sarebbe da preoccuparsi), Isabel vomitava allegramente (si fa per dire) inquinando il paradiso della laguna Colorata (forse dal suo vomito?). Argomento chiuso, come sembrerebbe risolto il mio problemino.
Sui racconti della serata pena (o penas) non aggiungo altro, anche se qualche licenza poetica le ragazze se la sono presa, ma il limite non è stato superato.
Del viaggio da brivido in mezzo alla foresta sotto una pioggia torrenziale già sapete, per cui non mi resta che un brevissimo racconto di tipo culturale. Oggi siamo andati a visitare il sito di Tiahuanaco, con i resti della civiltà Aymara, una delle tante spazzate via dalla storia, anche se la storia ha sempre dei nomi e cognomi: in questo caso Incas, che poi a loro volta hanno preso la paga dagli spagnoli. Che posso dirvi? I siti archeologici sono un po' tutti uguali, almeno per chi non se ne occupa o per lavoro oppure per una grande passione. Scavi, pezzi di pietra, musei e gli immancabili venditori più o meno ambulanti che per pochi boliviani ti vorrebbero vendere il mito del passato.
A proposito di compra vendita, vi diciamo che al prezzo di un boliviano (pari a dieci centesimi di Euro) abbiamo acquistato in un negozio un sacchettino di foglie di coca da masticare. Qui ovviamente, come in altri Paesi andini, la vendita delle foglie di coca non solo è consentita, ma è proprio inflazionata. Che nessuno si preoccupi o, in alternativa, si illuda; per fare un chilogrammo di cocaina necessita una tonellata di foglie, il nostro sacchetto sarà stato dieci grammi, per cui fate vobis.
Ora, come promesso, vi abbandono anche perché un certo languorino dallo stomaco in ripresa si fa sentire: non é certo l'aver masticato qualche foglia che può aver risolto il problema.
Bruce
14 ottobre 2007
Buongiorno a tutti. Qui a parlarvi, almeno questa volta, sono Isabel e Virginia. La prima, forte della sua ascendenza sudamericana, sta vivendo appieno l'esperienza di questo mondo, anche se ci desta qualche preoccupazione per la sua costante inappetenza e insonnia. La seconda, desiderosa di uscire dalle nebbie che il suo nome da algida inglesina invoca, in realta sta chupando - come dicono qui - ogni singolo minuto di questa avventura. Se la memoria non c'inganna Bruce vi aveva lasciato col fiato (qui fiatone) in sospeso circa la nostra serata a La Paz. Dopo una buonissima cena in un ristorante muy tipico, Angelo Colonial, finalmente la pena ojo de agua.
Ebbene sì, come dice il nome abbiamo assistito a diverse danze della pioggia, ballate e suonate da gruppi indigeni. Se all'inizio eravamo un po' rigidi ed interdetti davanti ai video dei cantanti locali - vedi Nino D'Angelo ai tempi d'oro - due brocche di Yunghenito ci hanno riconciliati con l'ambiente circostante. Ci siamo quindi scatenati nelle danze, compreso Bruce il quale per l'occasione ha anche riposto, ma solo per un attimo, il suo mitico piumino arancione, che vedrete in tutte le foto. Anche se con un poco di rimorso successivo, Bruce e Isabel sono tornati in albergo prima di Virginia (non fate leggere questa mail a sua mamma!).
Se vi aspettate altro da questo racconto... beh... è perché avete una fantasia perversa! L'indomani, stanchi ma contenti come si scrive in tutti i temi delle medie, ci siamo diretti nella regione dello Jungas, famosa per essere la maggior piantagione del mondo di Coca. Non che a noi interessi l'argomento, chiaro, ma per dovere di cronaca ci stiamo addentrando ben bene nella realta locale. La strada percorsa è la nuova alternativa a quella che veniva definita la piu pericolosa del mondo e che siamo stati ben contenti di non aver affrontato in bicicletta come da prima malsana proposta di quel pazzo di Bruce. La visione della selva pre/amazzonica porta fortuna ai lati della strada, è stata una rivelazione tutta speciale. Intanto per arrivare al nostro hotel El Jiri abbiamo dovuto camminare per circa mezz'ora in un sentierino che si snoda attraverso la foresta. Giunti a destinazione ci siamo trovati di fronte ad un posto incantevole, fatto di bungalow di paglia, piscina naturale, cucina e bar all-aperto, immerso completamente nel verde.
Il nostro massimo sforzo, almeno nelle tre ore successive il pranzo, è stato quello di salire aulle amache! Bruce ha apprezzato moltissimo esto lugar, ma la sua smania di cittadino del mondo lo porta ad affermare che siano meglio tre anni in prigione che cinque qui. Tra l'altro ricordiamo che, nonostante siano sempre Isabel e Virginia ad affrontare con coraggio immotivato i piatti locali, è stato Bruce ad accusare gli effetti intestinali forse della pena o di qualche altra occasione culinaria. Impavide, le due nobildonne lo hanno lasciato ad agonizzare sul suo cesso di dolore, e si sono addentrate nel folto della selva guidate da un indigeno coi jeans di Calvin Klein. Non paghe si sono godute una cascata di parecchie decine di metri tutta bella sul collo, e a seguire un altro bagno in piscina (non si capisce perché, ma le due baldanzose continuano ad infilarsi in ogni dove vedano acqua, n.d.r.).
La siesta in amaca ha ritemprato a tal punto Virginia da spingerla anche a provare il brivido dei ganci con Marcos. Suddetto articolo non ha alcuna valenza erotica: si tratta di un gancio a cui si appende la scema di turno, imbragata come una mortadella, e la si lascia precipitare sostenuta da un filo di dubbia resistenza. L'esperienza si è rivelata piacevolissima, anche se buttarsi seguendo le istruzioni impartite in una lingua completamente oscura è stata un'impresa da vera incosciente. Nella serata Cahcio e Cirulla. A questo punto si rende necessario un chiarimento: Cirulla voi la conoscete bene, qui l'abbiamo appena esportata con grandissimo successo di popolo, mentre a nostra volta, lo scambio di alto valore culturale, ci ha permesso di apprendere il Cahcio, un gioco di dadi da vera bisca boliviana.
Prima di lasciare a Bruce la penna virtuale per il racconto della giornata odierna, ci pregiamo di narrarvi la nostra ultima, penultima - forse terzultima, chissà... - follia. Stamattina muy temprano (alias molto presto) abbiamo lasciato il posto fuori dal mondo appena descritto, sotto una pioggia torrenziale, a bordo di una cariola a motore, definita eufemisticamente Quad. L'esperienza è stata quasi mistica, nel senso che ad ogni curva o sobbalzo - cioè praticamente in ogni istante - invocavano l'intervento divino per scongiurare la caduta libera nel precipizio sottostante ... Vai Bruce... ora tocca a te... il bagno (ops, il computer) è libero.
Besos a todos!
Virginia e Isabel
13 ottobre 2007
Nessuno di noi tre si sarebbe aspettato di trovare in La Paz una città gradevole e poco minacciosa (tocchiamo ferro prima che qualcuno ci rapini). Stamattina alla buona ora in compagnia di Marcos, la nostra guida dei giorni passati nel deserto, siamo andati a visitare la capitale boliviana. Premetto che Marcos sta ormai diventando più un compagno di viaggio che non una vera propria guida anche se, ovviamente, il suo lavoro lo svolge in modo più che professionale. Questa sera ci porterà in un locale dovano suonano esclusivamente musica boliviana, un locale frequentato dai residenti e non in uno di quelli ad uso e consumo dei turisti. Mentre io mi trovo qui a fare il mio dovere, Isabel e Virginia sono a prepararsi per l'evento mondano anche perché fino ad oggi più che polvere, sale e fenicotteri non abbiamo visto (in realta abbiamo visto anche molti lama e molte vigogne). Torniamo a La Paz: la città sorge dentro un'ampia vallata che scende dai quattromila di El Alto (città nata
recentemente e totalmente autonoma dalla sua più antica gemella) fino ad arrivare ai tremilaseicento della capitale.
A vederla dall'alto sembra Genova, ma la mancanza del mare toglie, quanto meno a noi, la capacità di orientamento. Sia La Paz che El Alto contano circa un milione di abitanti mentre l'intero Paese di milioni ne conta nove, pensate che il territorio della Bolivia è molto più grande di quello italiano per cui potete immaginare quanto siano deserte le zone rurali. Il centro di La Paz è attraversata dal Rio non mi ricordo come si chiama, consultate un atlante e non rompete, mentre ricordo benissimo essere inquinato come pochi altri al mondo. Nonostante ciò l'odore della città non ricorda affatto quello di altre capitali del sud del mondo, dire Mumbay e fin troppo facile anche perché sono in molte a non profumare, e camminare per le vie trafficate, ma non esageratamente caotiche diventa piacevole.
Abbiamo visitato la Piazza del Parlamento e chiaccherando con Marcos abbiamo scoperto molte similitudini tra loro e noi. Anche in Bolivia si vuole rivedere la Costituzione, anche in Bolivia il sudest più ricco vorrebbe una sorta di separazione, anche in Bolivia si sciopera quasi giornalmente. In realtà, sempre a qanto riferisce il nostro amico, l'avvento di Morales, per tutti semplicemente Evo, avrebbe ridato un po' di speranze principalmente alla
gente più povera, ma per il comizio politico facciamo un'altra volta. Dopo aver pranzato con delle empanade spettacolari, siamo risaliti verso l'alto, nei barrio piu' poveri, ma anche qui si gira con una certa tranquillita' in quanto nessun sguardo ostile accompagna il tuo camminare ed il tuo fotografare.
Ridiscesi nellaczona dei mercati abbiamo sfogato la nostra frustrazione di una settimana senza nessun tipo di comperae, per onestà, devo aggiungere che il sottoscritto si è distinto per una certa frenesia capitalistica. Intendiamoci, non che Isabel e soprattutto Virginia ci abbiano dato di mollo, ma ingiusto sarebbe scaricare su di loro ogni responsabilità. Marcos, poverino, ha subito con grande dignità.
Per ora è tutto, ma se stasera alla Pena mi chiamano sul palco, beh, allora se
ne vedranno delle belle (a Salta ridono ancora adesso a distanza di due anni).
Bruce
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