«Quando
Luciano Pavarotti canta, il sole si alza sul mondo». In fondo, sono sufficienti queste parole di
Carlos Kleiber - il più grande e il più schivo dei direttori d'orchestra - per ricordare il tenore modenese, spentosi questa mattina nella sua casa di Modena, a 71 anni, dopo aver lottato contro il cancro che lo aveva colpito qualche anno fa. Poche parole, ma dietro tanta, tantissima musica. È così:
la sua voce era una luce assolutamente unica, come il sole: inconfondibile, squillante, adamantina, sicura, perentoria, potente, gli aggettivi si sprecano. I suoi trionfi, dal debutto in
Bohéme nel 1961, non si contano:
Pavarotti ha mandato in visibilio forse più di chiunque altro il pubblico di tutto il mondo.
Oltre a
Bohéme, eccelleva soprattutto nel repertorio donizettiano (
Lucia di Lammermoor,
Elisir d'amore,
la Figlia del reggimento con i celeberrimi 9
do di petto). Memorabili restano anche i suoi lasciti in Bellini e Verdi.
Massimo Mila, il principe dei musicologi italiani, in occasione dell'
Aida (1985), scriveva di un Pavarotti «in stato di grazia, che dà il piacere non tanto frequente di seguire un tenore nelle più rischiose prestazioni senza dover stare in pena per lui e chiedervi con apprensione se ce la farà.
L'agevolezza irrisoria con cui supera ogni problema d'emissione, di registro e di fiato, gli consente di dedicarsi per intero all'interpretazione e alla costruzione del personaggio».
Ma
Pavarotti non si è limitato alla lirica: un'altra parte di mondo lo conobbe quando cominciarono i suoi "concerti oceanici" - a partire dai primi anni '90: in Hyde Park a Londra, nel 1993 a Central Park con oltre mezzo milione di spettatori e sotto la Tour Eiffel. Poi,
i tre tenori, assieme agli amici
Placido Domingo e
Josè Carreras, dapprima in occasione dei mondiali di calcio, poi sempre più di frequente.
E infine, negli ultimi anni, il
Pavarotti & friends, organizzato ogni anno a Modena per finanziare diversi progetti a favore dei bambini di tutto il mondo: alla sua chiamata hanno risposto negli anni personaggi del calibro di
Sting,
Eric Clapton,
Bono,
Elton John,
Liza Minnelli,
Barry White, e molti altri ancora.
La sua carriera in teatro si era chiusa al Metropolitan di New York nel 2004, quando aveva cantato per l'ultima volta in
Tosca, ottenendo ancora una volta un successo planetario, nonostante la sua voce non fosse più quella di un tempo.
L'ultima sua apparizione in pubblico risale al febbraio 2006, quando cantò Nessun dorma dalla Turandot di Puccini per l'apertura dei Giochi Olimpici di Torino.
Ci piace infine ricordarlo con le parole che aveva scritto pochi mesi fa sul suo
sito web, quasi come un congedo: «spero di essere ricordato come cantante d'opera, ovvero come rappresentante di una forma d'arte che ha trovato la sua massima espressione nel mio Paese». In fondo, il bello dei grandi che se ne vanno è proprio quello che ci lasciano.