È uscito in abbinamento al Secolo XIX il mio romanzo di esordio, Un Clone in Valigia. Confesso che sono emozionata come una ragazzina. Magari il "Clone" sta diventando un sempreverde, o un "semprerosa".
Spero che questo romanzo possa suscitare qualche vocazione scientifica ma anche semplicemente qualche piacevole sensazione sotto l'ombrellone. Nell'introduzione di allora mi domandavo: Perché scrivere un libro sulla mia esperienza di ricercatrice negli Stati Uniti? Tirare fuori dal cassetto il diario di una biologa molecolare allora agli esordi e piena di insicurezze?
L'impresa è nata dalla sollecitazione di Marco Frilli, il mio editore, a raccontare un'esperienza che qualunque laureato in materie scientifiche potrebbe aver vissuto e vivere. Partire con una valigia, magari un carry-on, perdersi tra supermercati e partite di baseball e tornare con esperienza e il mestiere di ricercatore.
I numerosi articoli sulle fughe dei ricercatori, editi da giornali e riviste in questi ultimi mesi, mi hanno fatto pensare che si parte spesso e non sempre si ritorna. Secondo il Time di qualche tempo fa sono 400.000 i ricercatori europei all'estero e di questi solo il 10% riesce a tornare a casa. Quindi sarebbe importante fare qualcosa per incentivare i rientri. Ci pensano fortunatamente le associazioni come , , , Compagnia di San Paolo, Carige, a finanziare ricerche cronicamente affamate per la scarsità di fondi pubblici in Italia.
La mia prima fuga è stata all'età di venticinque anni con una fellowship per lavorare tre anni all'Istituto Max-Planck di Biochimica di Monaco di Baviera: birra e scienza. A ventinove anni, concluso l'appuntamento tedesco, tornai in Italia per pochi mesi solo per riempire di nuovo la valigia e addentrarmi nella realtà americana, all'NIH di Bethesda. È stata emozionante l'America, come ancora lo è per i nostri giovani che vanno a farsi le ossa oltre oceano. Avevo pensato di restare lì per sempre, ma poi ha vinto il desiderio di portare conoscenze e risorse nel mio paese natale. Prima in Liguria, come Vice-Direttore dell'IST di Genova e ora la Lombardia, come Responsabile della Ricerca Oncologica di IRCCS Multimedica, a Milano (l'America dietro l'angolo di casa).
Ripenso ora, con l'edizione del "Clone" per il Secolo XIX e riguardando l'intervista di Daniele Miggino a tutte le incertezze, lo scoramento, ma anche alla passione e all'entusiasmo di quegli anni.
Tra una provetta, un'analisi ed un congresso scientifico, sono nati anche gli affetti. Il ragazzo del laboratorio accanto è diventato mio marito, sono nati due figli straordinari e ho coltivato grandi amicizie: prima di essere una scienziata ho voluto essere una persona, una donna (talvolta anche un po' emotiva).
Il libro è un romanzo rosa sicuramente, e spero che vi coinvolgerà, perché è semplice, intimo e un po'ingenuo, con dialoghi e considerazioni. Si parla di vita, amore, e la conquista di un segreto della natura; contiene anche un messaggio, studiare, viaggiare, vivere di scienza è un'esperienza impagabile, e bisogna lottare perché la cultura scientifica torni ad essere una bandiera del nostro paese.
La storia del Clone, pur autobiografica, non è solo la mia, ma appartiene ad un'Alessandra Anselmi (la protagonista) qualsiasi, un individuo che semplicemente mi assomiglia un po'. Là fuori ci sono tante Alessandre - o Alessandri - che aspettano solo un'opportunità per contribuire alla conoscenza scientifica, alla cura dei tumori, al progresso, che sognano di poter esprimersi e farci progredire assieme a loro. Tanti scienziati della porta accanto che vi voglio raccontare di settimana in settimana da queste pagine web.