Patrick Moya è un artista mediterraneo: usa il colore, tanto ego, poca estetica e comunica con qualunque mezzo. Cresciuto a Nizza al fianco di
Arman e
Ben Vautier, ha capito perfettamente quanto
appeal possano avere la parola scritta e la propria firma.
Patrick Moya ha anche un nome che funziona. Lui lo sa, e da grande comunicatore qual è, quando ha iniziato a fare arte, ha semplicemente
dipinto il suo nome. Lo ha declinato in ogni maniera, è partito dal fumetto ed è arrivato alla scultura in bronzo, dai video alla musica house che ripete ossessivamente:
Moya Moya.
Quattro anni fa
Jean Ferrero, fotografo e gallerista (in vita sua Ferrero ha fotografato i più grandi artisti del Novecento, e nel 1954 ha creato la
Gallerie Ferrero di Nizza, dove ha trovato mercato l'
Ecole de Nice), gli chiede di dipingere
una cappella sulle alture di Nizza, a Clans.
Moya accetta, lavora circa
quaranta giorni diluiti in quattro anni, utilizza le tempere e il colore, studia i testi della Bibbia, ma
lavora soprattutto di immaginazione. Alla fine del lavoro, Moya ha ancora una volta dipinto se stesso, in un contesto difficilmente immaginabile in un paese che non sia la Francia. I cattolici francesi non si stupiscono del risultato, nemmeno per il fatto che il San Giovanni Battista (a cui è intitolata la cappella) abbia subìto una metamorfosi per
assumere le sembianze dello stesso Moya. E non si stupiscono nemmeno per il fatto che molto di quel che è rappresentato
parli di forza e di sesso, di omosessualità e di Bibbia.
Sono tutti argomenti a cui hai dedicato una vita di pittura, Patrick...
Sì, ho dipinto San Giovanni Battista in un percorso che va dall'adolescenza alla decapitazione. Ho impiegato quattro anni, potevo lavorare solo durante il giorno perché la notte non c'era luce. Ho dovuto quindi utilizzare le candele, come Caravaggio, e come Caravaggio ho tenuto io le chiavi della cappella.
Che cosa hai dipinto in particolare?
Ho creato un percorso, diverso per ogni affresco nei colori e in ciò che viene rappresentato. C'è l'inferno e il giudizio universale. Al centro della cappella c'è San Giovanni Battista, ai lati San Sebastian, protettore della peste nei villaggi francesi, e San Luca, protettore della Vergine.
Come devono essere guardati questi affreschi?
Innanzitutto, non si tratta di veri e propri affreschi. Si tratta di tempera su muro, non su intonaco fresco. È stata fatta un'impermeabilizzazione della cappella che conserverà i colori nel tempo. A guardare tutti gli affreschi, ci si sposta dal bene verso il male, dal blu del cielo verso il blu scuro della notte, dell'inferno.
I colori sono essenziali per ogni tua opera. Ma anche il nome? Con quale criterio hai inserito nella storia biblica le quattro lettere "MOYA"?
La M, di colore rosso, sta a sud dell'inferno. La O, gialla, a ovest dove nasce la luce e dove si trova lo spirito santo. La Y, verde, è il simbolo di qualcosa di ambivalente, disposto sempre a ricevere, è per forza il bene. Infine la A, di colore blu, sta a est, ed è rappresentata da una scala, serve per raggiungere qualche cosa, è uno strumento.
Le parole, le lettere e i colori forti: per questo vieni definito un artista mediterraneo. Che cosa c'è di mediterraneo in questa cappella?
Alla base di ogni muro c'è il mare e ci sono le coste, dall'Italia alla Francia. Potrebbero essere le coste da Savona a Cannes. Come la ceramica mediterranea, da Vallauris ad Albissola.
E poi c'è l'improvvisazione e la gioia. Tutto è improvvisato. Ho studiato molto la Bibbia e la storia di San Giovanni Battista, ma poi ogni mattina abbandonavo il progetto per improvvisare.
Che cosa pensa un cattolico quando vede questi dipinti forti, per i colori e per i temi?
Hanno tutti detto che è stata rispettata la Bibbia. Sono ovviamente tutti autoritratti di Moya, anche i nudi e le rappresentazioni delle posizioni più classiche della Bibbia. Ma è stato detto che in altre cappelle ci sono scene terribili, spesso molto più violente di queste.