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Al G8 si č parlato di clima, ma senza risultati. Le novitą di Bruxelles sugli OGM e il ritorno di fiamma per il nucleare
 
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14 giugno 2007
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di Marina Seveso
   
centrale nucleare
No news good news si rivela esatto in questa rubrica, cui tocca spesso riportare notizie tra lo sconfortante e il pessimo, come ad esempio il risultato praticamente nullo del G8 sul clima (grazie, Bush).
Ma una più corretta informazione può a volte aiutare a compiere scelte più illuminate: è il caso, per iniziare subito da un argomento che mi sta a cuore, dell'"accordo politico" appena raggiunto a Bruxelles che, in barba alla volontà negativa espressa dallo stesso Parlamento Europeo pochi mesi fa, ha fissato come limite massimo consentito di "contaminazione accidentale da OGM" lo 0,9% anche nei prodotti biologici. Tutto il mondo biologico non ne vuol sapere di questo limite, ancorché accidentale, e aveva chiesto che il settore del cibo biologico venisse differenziato dal resto della produzione, anche attraverso una soglia di tolleranza dello 0,1%, cioè praticamente nulla. Pare non sia servito quasi a niente - spiegazione più approfondite le trovate qui -, ma è importante sottolineare come, per il momento, questo limite (che pure segna una sconfitta politica) non cambi nulla per i consumatori: gli OGM non sono ammessi nei prodotti biologici e, come sottolinea lo stesso bollettino Greenplanet, «allo stato attuale delle cose - e sarà così anche nel medio termine - il rischio di contaminazione è circoscritto a soia e mais, e al limite a colza e cotone. Le filiere a rischio infatti, sono poche e hanno una prevalenza mangimistica. Inoltre la contaminazione rimane un fenomeno accidentale e resta perciò il divieto di utilizzo di OGM in agricoltura biologica. Questo tanto per chiarire alcuni aspetti che possono creare confusione negli osservatori meno attenti».
La speranza, poi, è che l'Italia adotti norme più severe in merito, com'è consentito dalla risoluzione di Bruxelles. L'Italia, insieme a Svezia, Ungheria e Belgio, ha votato contro l'accordo, quindi la speranza non è infondata.

Dal cibo all'energia, è da notare il ritorno sempre più pressante dell'ipotesi nucleare come alternativa alle fonti di energia attualmente utilizzate e a quelle rinnovabili. Come si sa, su quest'ultimo tema si è schierato a favore del nucleare anche il famoso oncologo Veronesi - in passato già al centro di polemiche per il suo sostegno agli Organismi Geneticamente Modificati - prontamente contraddetto dal Nobel per la fisica Carlo Rubbia.
Il ministro Pierluigi Bersani ha per il momento messo fine alla polemica ricordando che la realizzazione di nuove centrali nucleari comporterebbe costi che nè l'Italia nè i suoi cittadini potrebbero permettersi: ma è evidente che il nucleare, appunto per gli alti costi della sua realizzazione, sembra allettare chi lo vede prima di tutto come un promettente business.
A dimostrazione possono far testo gli investimenti delle banche che, come denuncia Greenpeace, si stanno rivolgendo al settore del nucleare nell'Est europeo. "La BNP Paribas - BNL in Italia - intende finanziare - denuncia Greenpeace sul suo sito - la costruzione dell'impianto nucleare di Belene, in Bulgaria".
L'impianto si basa su una tecnologia russa mai sperimentata finora, prosegue l'organizzazione ecologista: "Per i reattori VVER 1000/466B di Belene non esiste alcuna garanzia di sicurezza. Per di più la zona dove realizzare il sito si trova nel bel mezzo di un'area sismica lungo il Danubio, al confine con la Romania. Nel 1977 un terremoto provocò la morte di 120 persone nel raggio di 14 Km dal sito".

La discussione sul nucleare è ovviamente troppo lunga e complessa per questa piccola rubrica, ma giova ricordare soprattutto ai più giovani che il disastro avvenuto a Chernobyl nel 1986, in Ucraina, coinvolse praticamente tutta Europa: per saperne di più si possono consultare le belle pagine in proposito del sito di Greenpeace. Una buona ricostruzione di come avvenne il disastro e della diffusione di sostanze radioattive in Europa si trova anche qui e vi si legge, tra l'altro: "Gli effetti della contaminazione sui sistemi riproduttivi e urogenitali hanno moltiplicato l'incidenza delle nascite sottopeso e della natimortalità nell'Europa centrale e settentrionale. Per di più, in queste stesse regioni, dal disastro di Chernobyl sono aumentati i casi di sindrome di Down e di altre malformazioni congenite, tra cui anencefalia, spina bifida, malformazioni cardiache, malformazioni del sistema nervoso centrale, palatoschisi e labioschisi. (...) è ragionevole concludere che l'incidente di Chernobyl ha causato e continuerà a causare un livello elevato di morbilità e mortalità in tutta Europa, dalla Scandinavia all'Europa occidentale, a sud, dove Europa e Asia si incontrano in Turchia, e oltre".
Da ricordare, in proposito, che per molti anni Legambiente ha organizzato soggiorni presso le famiglie italiane di bambini che vivono nelle zone tutt'ora contaminate, per consentire loro di smaltirne almeno in parte gli effetti negativi, ma che ha recentemente deciso di trasformare questa esperienza in un sostegno più vasto e mirato a tutta la popolazione, con un intervento in loco.

La questione nucleare non si può ricondurre solo al disastro di Chernobyl, naturalmente: come minimo, occorre considerare anche il problema dello smaltimento delle scorie radioattive, che al momento non ha ancora trovato una soluzione giudicata soddisfacente, ma anche solo l'eventualità - tutt'altro che remota, dal momento che Chernobyl non è stato l'unico incidente avvenuto in una centrale nucleare, bensì quello di dimensioni più impressionanti - del ripetersi di una tragedia di così vasta portata dovrebbe indurre a riflettere sul tipo di mondo che vogliamo.
Chi sostiene che il nostro mondo ha così bisogno di energia da dover far ricorso al nucleare, infatti, sottovaluta non solo i costi e i tempi di messa in opera di nuove centrali, ma anche la possibilità di modificare il nostro stile di vita per renderlo meno energivoro. Se sono vere le previsioni più catastrofiche riguardo l'esaurimento delle fonti fossili di energia - nonché quelle sui cambiamenti climatici - si tratta certamente di una corsa contro il tempo e la follia, tuttavia la sensibilità dell'opinione pubblica a questi temi sta crescendo e già parecchie aziende si stanno orientando su prodotti compatibili con un utilizzo più intelligente delle risorse.

È di questi giorni la notizia - ecco, questa sembra buona, finalmente - del via alla produzione di un'auto da città che funziona ad aria compressa, cioè ad emissioni zero: sarà prodotta in India, costerà poco, e sembra adatta soprattutto per le zone più calde del pianeta. Sembra un'alternativa più intelligente ai biocarburanti (o biofuel) a base di cereali, canna da zucchero ed altri prodotti agricoli, di cui pure molti sembrano entusiasti in questo periodo: ma appare piuttosto suicida destinare aree agricole del pianeta a far muovere le macchine, magari sostenendo contemporaneamente la necessità degli OGM "contro la fame nel mondo". All'argomento dedica molto spazio Blogeko, che riporta anche la notizia secondo cui in Germania uno dei primi effetti delle "coltivazioni biofuel" è stato il raddoppiare del prezzo dell'orzo, ingrediente base della birra.

lastreganocciola.blogspot.com
 
 
 
 
 
 
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