No news good news si rivela esatto in questa rubrica, cui tocca
spesso riportare notizie tra lo sconfortante e il pessimo, come ad
esempio
il risultato praticamente nullo del G8 sul clima (grazie,
Bush).
Ma una più corretta informazione può a volte aiutare a
compiere scelte più illuminate: è il caso, per iniziare subito da un
argomento che mi sta a cuore, dell'
"accordo politico" appena
raggiunto a Bruxelles che, in barba alla volontà negativa espressa
dallo stesso Parlamento Europeo pochi mesi fa,
ha fissato come limite
massimo consentito di "contaminazione accidentale da OGM" lo 0,9%
anche nei prodotti biologici. Tutto il mondo biologico non ne vuol
sapere di questo limite, ancorché accidentale, e aveva chiesto che il
settore del cibo biologico venisse differenziato dal resto della
produzione, anche attraverso una soglia di tolleranza dello 0,1%, cioè
praticamente nulla. Pare non sia servito quasi a niente - spiegazione
più approfondite le trovate
qui -, ma è importante sottolineare come, per il momento, questo limite (che pure segna una
sconfitta politica) non cambi nulla per i consumatori:
gli OGM non
sono ammessi nei prodotti biologici e, come sottolinea lo stesso
bollettino Greenplanet, «allo stato attuale delle cose - e sarà così
anche nel medio termine - il rischio di contaminazione è circoscritto
a soia e mais, e al limite a colza e cotone. Le filiere a rischio
infatti, sono poche e hanno una prevalenza mangimistica. Inoltre la
contaminazione rimane un fenomeno accidentale e resta perciò il
divieto di utilizzo di OGM in agricoltura biologica. Questo tanto per
chiarire alcuni aspetti che possono creare confusione negli
osservatori meno attenti».
La speranza, poi, è che l'Italia adotti norme più severe in merito, com'è consentito dalla risoluzione di Bruxelles. L'Italia, insieme a Svezia, Ungheria e Belgio, ha votato
contro l'accordo, quindi la speranza non è infondata.
Dal cibo all'energia, è da notare
il ritorno sempre più pressante
dell'ipotesi nucleare come alternativa alle fonti di energia
attualmente utilizzate e a quelle rinnovabili. Come si sa, su
quest'ultimo tema
si è schierato a favore del nucleare anche il
famoso oncologo Veronesi - in passato già al centro di polemiche per
il suo sostegno agli Organismi Geneticamente Modificati -
prontamente
contraddetto dal Nobel per la fisica Carlo Rubbia.
Il ministro
Pierluigi Bersani ha per il momento messo fine alla polemica
ricordando che la realizzazione di nuove centrali nucleari
comporterebbe costi che nè l'Italia nè i suoi cittadini potrebbero
permettersi: ma è evidente che
il nucleare, appunto per gli alti
costi della sua realizzazione, sembra allettare chi lo vede prima di
tutto come
un promettente business.
A dimostrazione possono far testo
gli investimenti delle banche che, come denuncia Greenpeace, si
stanno rivolgendo
al settore del nucleare nell'Est europeo. "La BNP
Paribas - BNL in Italia - intende finanziare - denuncia Greenpeace sul
suo
sito -
la costruzione dell'impianto nucleare di Belene, in Bulgaria".
L'impianto si basa su una tecnologia russa mai sperimentata finora,
prosegue l'organizzazione ecologista: "Per i reattori VVER 1000/466B
di Belene non esiste alcuna garanzia di sicurezza. Per di più
la zona
dove realizzare il sito si trova nel bel mezzo di un'area sismica
lungo il Danubio, al confine con la Romania. Nel 1977 un terremoto
provocò la morte di 120 persone nel raggio di 14 Km dal sito".
La discussione sul nucleare è ovviamente troppo lunga e complessa
per questa piccola rubrica, ma giova ricordare soprattutto ai più
giovani che il disastro avvenuto a Chernobyl nel 1986, in Ucraina,
coinvolse praticamente tutta Europa: per saperne di più si possono
consultare le
belle pagine in proposito del sito di Greenpeace. Una buona ricostruzione di come avvenne il disastro e della diffusione di sostanze radioattive in Europa si trova anche
qui e vi si legge, tra l'altro: "Gli effetti della
contaminazione sui sistemi riproduttivi e urogenitali hanno
moltiplicato l'incidenza delle nascite sottopeso e della
natimortalità nell'Europa centrale e settentrionale. Per di più, in
queste stesse regioni, dal disastro di Chernobyl sono aumentati i
casi di sindrome di Down e di altre malformazioni congenite, tra cui
anencefalia, spina bifida, malformazioni cardiache, malformazioni del
sistema nervoso centrale, palatoschisi e labioschisi. (...) è
ragionevole concludere che
l'incidente di Chernobyl ha causato e
continuerà a causare un livello elevato di morbilità e mortalità in
tutta Europa, dalla Scandinavia all'Europa occidentale, a sud, dove
Europa e Asia si incontrano in Turchia, e oltre".
Da ricordare, in proposito, che per molti anni
Legambiente ha organizzato soggiorni
presso le famiglie italiane di bambini che vivono nelle zone tutt'ora
contaminate, per consentire loro di smaltirne almeno in parte gli
effetti negativi, ma che ha recentemente deciso di
trasformare questa esperienza in un sostegno più vasto e mirato a
tutta la popolazione, con un intervento in loco.
La questione nucleare non si può ricondurre solo al disastro di
Chernobyl, naturalmente: come minimo,
occorre considerare anche il
problema dello smaltimento delle scorie radioattive, che al momento
non ha ancora trovato una soluzione giudicata soddisfacente, ma anche
solo l'eventualità - tutt'altro che remota, dal momento che Chernobyl
non è stato l'unico incidente avvenuto in una centrale nucleare,
bensì quello di dimensioni più impressionanti - del ripetersi di una
tragedia di così vasta portata dovrebbe indurre a riflettere sul tipo
di mondo che vogliamo.
Chi sostiene che il nostro mondo ha così bisogno di energia da dover
far ricorso al nucleare, infatti, sottovaluta non solo i costi e i
tempi di messa in opera di nuove centrali, ma anche la possibilità di
modificare il nostro stile di vita per renderlo meno energivoro. Se
sono vere le previsioni più catastrofiche riguardo l'esaurimento
delle fonti fossili di energia - nonché quelle sui cambiamenti
climatici - si tratta certamente di una corsa contro il tempo e la
follia, tuttavia la sensibilità dell'opinione pubblica a questi temi
sta crescendo e già parecchie aziende si stanno orientando su
prodotti compatibili con un utilizzo più intelligente delle risorse.
È di questi giorni la notizia - ecco, questa sembra buona, finalmente - del via alla produzione di
un'auto da città che funziona ad aria compressa, cioè ad emissioni zero:
sarà prodotta in India, costerà poco, e sembra adatta soprattutto per
le zone più calde del pianeta. Sembra un'alternativa più intelligente
ai biocarburanti (o biofuel) a base di cereali, canna da zucchero ed
altri prodotti agricoli, di cui pure molti sembrano entusiasti in
questo periodo: ma appare piuttosto suicida destinare aree agricole
del pianeta a far muovere le macchine, magari sostenendo
contemporaneamente la necessità degli OGM "contro la fame nel
mondo". All'argomento dedica molto spazio
Blogeko, che riporta anche la notizia
secondo cui in Germania uno dei primi effetti delle "coltivazioni
biofuel" è stato il raddoppiare del prezzo dell'orzo, ingrediente
base della birra.
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