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Non si sa mai come comportarsi. Parli con i tuoi amici cinefili e cinecritici e non è che hai paura che non sappiano chi è Bong Joon-Ho: ha fatto tre film tre, tutti bellissimi (così dicono i cinefili e critici suddetti, anche se poi è pure un vezzo: le passioni dei cinesofisticati rotolano via per mode quinquennali) e se fai parte di quella cricca e non ti sei procurato almeno un dvd di un suo film, sei un fossile, niente da discutere. Immagino tuttavia che voi lettori di mentelocale.it siate gente normale, anche se leggete la mia rubrica (questo qualche dubbio me lo mette). Spenderò dunque qualche riga per dirvi di chi sto parlando.
Il buon Bong ha fatto sinora poco, ma l'ha fatto così bene che già i maggiori festival di genere (thriller, noir, horror), e non solo, si contendono i suoi lavori. Il suo ultimo film, The host, sorta di kaiju eiga (i b-movies nipponici con protagoniste creature ipertrofiche e polimorfe, da Godzilla in giù) aggiornato ai tempi ed esportato in terra coreana, ha raccolto più premi di Armstrong al Tour, e senza una bustina di doping. Si capisce perché: con gli occhi atrofizzati dai montaggi schizofrenici degli action made in usa e il cervello in ammollo di fronte ai loro personaggi di cartongesso, una cosa come The host non può che spiazzare. Insomma, il film tratta di una salamandra gigante che scorrazza per le fogne di Seul, sgranocchia giovanissimi e non, e finisce bersaglio di una caccia al mostro in grande stile. E tuttavia è quanto di meno fracassone e superficiale stia sopra al minimalismo francese. Bong, prendete nota (così poi fate bella figura con la fidanzata quando il suo prossimo film uscirà anche da noi - perché accadrà, vedrete...), è un maestro nel fare due cose: contaminare i toni della narrazione e dare spessore ai suoi personaggi. Perchè da un action che si pretende di solito? Battute a effetto e sequenze adrenaliniche; magari una punta di dramma, ma in un contesto lieve. Ebbene, in The host c'è l'ironia, che sovente scivola nel grottesco, e di dramma ce n'è ben più di una punta, e sono fusi in modo prodigioso. Ma c'è anche la fotografia di un segmento di società e il disegno di un'idea di famiglia, con un attenzione per i personaggi che, al giorno d'oggi, diviene puro umanesimo cinematografico. È cinema di genere ma con un'etica espressiva, di sguardo, ferrea. Una cosa che fa proprio bene. E poi Bong gira da dio, mostrando tutto quel che c'è da mostrare (nulla di più, né di meno) e senza imbrogliare col montaggio (che vergogna ripensare a roba come Spiderman 3), usando il campo lungo e il fuori campo come testi insegnano, divertendo e spaventando senza tregua.
Di The host purtroppo vi dovete accontentare del dvd UK, con sottotitoli inglesi. Vi prego non fatevelo sfuggire. Lo trovate, come sempre, su www.play.com.
Tutto questo per arrivare a dirvi che ora, sugli scaffali delle videoteche patrie, trovate finalmente il film che ha rivelato Bong al mondo (almeno a quello dei cinesofisticati): Memories of murder. In questo caso si tratta di un thriller di indagine, basato sulla storia vera di un serial killer che terrorizzò la Corea negli anni Ottanta, stuprando e uccidendo un gran numero di donne in pochi mesi. Si potrebbe ripetere quanto già detto sopra, riguardo la capacità di Bong di elevare il genere a cinema d'autore, ma senza disperderne (anzi) il potere di intrattenimento e suggestione. Non lo faremo. Magari vedetevi Zodiac (che viaggia su percorsi affini) e poi fate il confronto con questo, così lo capirete da voi: due film valgono più di diecimila parole.
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