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Societą & Tendenze

Il prete che non vuole il crocifisso

 
Politica e religione nella societą occidentale. Don Farinella e Gustavo Zagrebelsky ne hanno discusso al Museo di Sant'Agostino
 
   

     
Genova, 1 giugno 2007
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mentelocale di
Luca
Giarola
   
Don Paolo Farinella
Libertà di culto, laicità dello Stato, connubio tra politica e religione. Questi alcuni dei delicati argomenti toccati nel corso del dibattito avvenuto nel tardo pomeriggio di ieri, giovedì 31 maggio, presso la sala conferenze del Museo di Sant'Agostino.
L'occasione per affrontare queste tematiche è stata la presentazione del libro di Don Paolo Farinella Crocifisso tra potere e grazia. Dio e la civiltà occidentale (Il segno dei Gabrielli, 2006).
A discuterne, insieme all'autore, due personaggi autorevoli: Gustavo Zagrebelsky, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, e Luca Borzani, ex assessore alla Cultura del Comune di Genova.

Al centro del dibattito, come suggerisce il titolo del libro, un simbolo, un oggetto effimero ma capace di muovere le passioni più profonde: il crocifisso. Si tratta di una questione che si è sviluppata in maniera particolare negli ultimi anni e che ha contribuito a ricostruire sentimenti di appartenenza a un'ideologia religiosa in contrapposizione a un'altra.
Eludendo, come suo solito, il suo sguardo dietro impenetrabili occhiali scuri, Paolo Farinella, prete (come egli stesso si è più volte qualificato), ha fatto intendere che è ormai inutile esporre il crocifisso nelle aule scolastiche, nei tribunali, negli uffici pubblici, in quanto esso è considerato quasi unicamente come un arredo, un semplice ornamento. Egli ha dunque voluto mettere in piedi una discussione culturale: il suo, come ha sentenziato Zagrebelsky, non è un libro di religione, bensì un libro di cultura politica, una risposta alla preoccupante e dilagante tendenza a trasformare il cattolicesimo in una sorta di "religione civile".

Mentre l'autore del libro si è alla fine lanciato in una predica che, per i toni sferzanti e le denigrazioni di personaggi politici di primo piano, poco si dicostava da un comizio politico: il vero protagonista dell'incontro è stato Gustavo Zagrebelsky.
È stato lui, infatti, grazie all'utilizzo di un linguaggio semplice e diretto, a catturare maggiormente l'attenzione della platea, che alla fine gli ha tributato un lungo e meritato applauso. La dimensione della fede, ha affermato, non deve essere confusa né con l'esperienza politica, né con la Chiesa storica: le pretese individualistiche dei cittadini verso lo Stato democratico non portano ad altro che a un disfacimento della società, ed è per questo che generalmente gli uomini si rivolgono alla Chiesa in un senso esclusivamente politico. Alla Chiesa, invece, si dovrebbe chiedere unicamente un supporto d'anima in vista della vita ultraterrena.

A proposito dell'argomento 'crocifisso', Zagrebelsky ha concluso con un aneddoto che lo ha riguardato da vicino.
Anche nell'aula delle udienze pubbliche della Corte Costituzionale, diversi anni fa, era presente un crocifisso. Quando, in seguito a insistenti richieste di rimozione, il Presidente acconsentì finalmente a toglierlo, vi furono sì alcuni giudici laici d'accordo, ma molti altri sollevarono un'accesa obiezione di coscienza, in quanto la rimozione di quel simbolo avrebbe comportato una lesione della loro fede religiosa. Essi minacciarono di disertare le riunioni della Corte e il crocifisso rimase al suo posto. Fu poi il momento di rinfrescare le pareti: a lavori terminati, il crocifisso non fu più rimesso al suo posto.
Questo aneddoto la dice lunga su come vengono solitamente affrontate questioni di tale genere nel nostro Paese: fino a quando il confronto si mantiene sul piano verbale, lo scambio di opinioni tra le parti si mantiene acceso, quando invece si tratta di agire prevale lo status quo: come il crocifisso non fu rimosso quando c'era, non fu rimesso quando non c'era.
 
 
 
 
 
 
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