In contrasto con l'alta produttività scientifica della nostra regione e, in generale, italiana il "mestiere di scienziato" sta entrando in crisi? La ricerca attira di meno? Un certo calo di iscrizioni alle facoltà scientifiche è il segnale che inquieta e si vorrebbe interpretare. Da questo interrogativo nasce la stimolante iniziativa patrocinata dai "Buonavoglia" e dalla "Fondazione Colombo" che si svolgerà
mercoledì 30 maggio 2007, a Palazzo Ducale, Sala Liguria Spazio Aperto (ore 17). Il dibattito intitolato
Crisi delle vocazioni scientifiche, divulgazione e percezione del fare scienza sarà condotto da
Alberto Diaspro (professore di Fisica all'Università di Genova),
Vincenzo Tagliasco, (docente di Bioingegneria Università di Genova) - DIST e
Franco Gambale (Direttore Istituto di Biofisica CNR).
Quando eravamo ragazzi - e mi unisco al coro di quelli che hanno scelto la vita di laboratorio - la natura, il ciclo vitale, il moto della terra e i pianeti, l'elettronica, tutto ciò che di intrigante e misterioso ci circondava e sfuggiva alla nostra comprensione, stimolava la curiosità, conducendoci a fantasticare prima e spingendoci poi verso discipline sperimentali o speculative.
Ho divorato autobiografie di scienziati, tedeschi, americani, italiani, trovandole intrise di passione e candore, di accettazione talvolta autoironica della propria ignoranza e desiderio di contribuire al progresso delle conoscenze. Cosa li animava allora e cosa delude ora?
Mercoledì sentiremo le opinioni di Diaspro, Tagliasco, Gambale e spero anche del pubblico.
Nel frattempo, sia da uno scambio con Alberto Diaspro, che da un personale impegno nel settore, posso provare a delineare alcuni interrogativi a cui vorremmo fossero proprio i giovani, che esitano a intraprendere la via della scienza, a rispondere.
Innanzi tutto forse il paese, pur evidenziando spesso l'importanza dell'innovazione, sembra non riuscire ad investire sufficientemente, non solo economicamente ma
nell'incentivazione del merito. Sono temi che discutiamo anche nel Gruppo Ricerca Scientifica e Tecnologia-presso l'
www.maestraleonline.it di Genova.
Secondariamente,
l'Italia non riconosce al "fare lo scienziato" la dignità di professione. Esistono i giornalisti, gli scrittori, gli artisti, i medici, gli ingegneri, i commercialisti (i calciatori e le veline, NdA), ma non gli "scienziati"; è una parola che fa sorridere. Eppure da molte facoltà scientifiche, ad esempio chimica, scienze biologiche, si sostiene un esame di stato e/o ci si iscrive all'ordine professionale. La professione dunque esiste e si paga per essere nell'albo. Eppure mentre si può rispondere alla domanda "Che vuoi fare da grande?" ad esempio con: "L'architetto" non si osa dire: "Lo scienziato", per timore di un sorrisetto ironico.
Per me, che ho vissuto all'estero col titolo di "Scientist" per otto anni, il tabù intorno alla parola scienziato (a meno che non si abbiano novant'anni o si lavori in USA) è un mistero. Il rifiuto stesso della parola è comunque sintomatico di un paese che si sente "popolo di santi, poeti, navigatori" ma non di scienziati, pur avendo dato i natali a personalità importanti nel settore e a premi Nobel. Questo perché
l'Italia non riconosce ancora la cultura scientifica come valore.
Anche essere un "popolo di santi" non aiuta, dato che purtroppo una certa diffidenza verso la scienza come disciplina "troppo laica" non si può negare.
Accanto a questo problema di riconoscimento dell'identità scientifica della nazione, vi è sicuramente un "aumento della precarietà",
la ricerca si fa per lo più con personale a tempo definito e quindi i giovani trovano difficile pianificare la vita, la famiglia o anche un semplice domicilio: è quasi impossibile persino ottenere un mutuo. Si aggiunga che il sistema è ancora ragionevolmente baronale, talvolta feudale e l'accesso, soprattutto all'università, è poco accessibile per chi non è cresciuto al suo interno o non ha parenti nel settore. Il nostro è persino uno dei paesi col minor numero di professori non connazionali, chiuso agli stranieri. Visto che si parla anche di numeri sarebbe interessante sapere quanti ricercatori di ruolo under 35, quanti professori associati sotto i 40 anni e quanti cattedratici di prima fascia sotto i 50 sono in servizio...
La visibilità nell'ambiente scientifico è poi pressoché preclusa agli under 40, cosa che accomuna (a dire il vero) mondo della ricerca e politico! Il tanto sfruttato tema dei "cervelli all'estero" è sintomatico della gravità della situazione nazionale che dobbiamo sovvertire. Può la trasmissione del risultato scientifico, ovvero la divulgazione scientifica (ben fatta, ovviamente), aiutare, ci si chiederà nel dibattito a Sala Liguria Spazio Aperto? Secondo me ovviamente sì. Ma spesso
in Italia la comunicazione scientifica è affidata a divulgatori che non hanno un background tecnico, viceversa gli "scienziati" (uso le virgolette) spesso non sanno comunicare, il loro linguaggio è difficile, intriso di termini specialistici, pertanto i due mondi s'incontrano parlandosi a fatica. Certo sarebbe un progresso se i giovani studiosi e neolaureati in discipline scientifiche si avvicinassero alla comunicazione, trovassero una via espressiva per le scoperte che quotidianamente si realizzano in questo paese.
Questo forse può contribuire alla loro stessa percezione del "fare scienza".
Certo è che Università, Enti di Ricerca, privati, e
charities sono chiamati a stimolare i giovani con premi, borse di studio basate sul merito e la competenza, riconoscimenti e visibilità, concessione di mezzi e opportunità di lavorare, e restituire non solo dignità al nostro mestiere ma stimolare i giovani aspiranti scienziati (ora senza virgolette) a esserne orgogliosi. Iniziative come quella ad esempio dell'
AIRC o di
L'Oréal Unesco che premiano giovani ricercatori promettenti sono di esempio.
Il concetto di innovazione è assai vivo in Italia, e fa capolino anche quello di competitività. Diamo un segno che vi sarà un futuro di gratificazioni, incentivazioni, riconoscimento e magari... uno stipendio con un minimo di solidità a chi inizia a pensare alla scienza come la propria vocazione.