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C'è stato un tempo in cui i pirati al cinema non se li filava più nessuno. Annegava oltre l'orizzonte liquido degli anni '80 la memoria del divertissement polanskiano con il grande Walther Matthau (Pirati, 1986), mentre dei Corsari di Renny Harlin (1995) negli ambienti produttivi si preferiva proprio non parlare, esiliando l'argomento dalle conversazioni quasi per scaramanzia: una Caporetto economica che ancora oggi fa tremare i polsi di finanziatori e grandi case. Il dado sembrava tratto: non era più tempo di mozzi, guerci e guasconi sul grande schermo. Il pubblico era cambiato e l'avventura vecchio stile era fuori gara, incapace di competere con le potenzialità immaginifiche fornite dalle nuove tecnologie, assai meglio applicabili all'horror (la rinascita del genere risale a fine anni novanta), alla fantascienza (erano gli anni di Matrix, film seminale come pochi altri nell'ultima decade), ma soprattutto al fantasy (da quello parascientifico à la Crichton, a quello fumettistico, fino alle saghe tolkeniane) e all'action. Quest'ultimo ebbe da subito un marchio produttivo ben riconoscibile: quello di Jerry Bruckeheimer (The rock, Con Air, Armageddon). E fu proprio quest'ultimo che tirò fuori il coniglio dal cilindro angusto in cui s'era infilato.
Trarre un film dall'attrazione di un parco giochi sembrò in principio un'idiozia. Quanto eravamo miopi. L'avevano già fatto con fumetti, videogiochi e persino con icone pubblicitarie. Potevano farlo anche con Disneyland. Tuttavia c'erano pur sempre di mezzo i pirati. E qui Bruckheimer ebbe l'intuizione che gli fece (stra)vincere la partita. Contaminò l'avventura con il fantasy e l'horror, i due generi che andavano (e vanno tutt'ora) per la maggiore, e in cima alla torta mise la ciliegina di un Johnny Depp a briglia sciolta, pirata dandy e vagamente gay, in groppa e dominio ad un mondo che ci si aspetterebbe contar solo ceffi brutti, sporchi e ubriaconi. Come abbiamo appreso in seguito, l'idea funzionò. I primi due film della saga hanno accumulato, tra cinema e home video, una quantità di denaro che doppia senza problemi il prodotto interno lordo di un piccolo stato. Ora è arrivata, inevitabile e prevista (il secondo aveva un finale aperto), la terza puntata.
Le regole sono quelle classiche di ogni trilogia che si rispetti: creazione dell'universo; fondazione del mito; variazioni sulla materia. Così è anche qui. Ma I pirati dei Carabi - Ai confini del mondo proprio non funziona e, se l'olfatto non ci inganna (e sovente lo fa), non incasserà quanto i suoi predecessori. Una diegesi troppo ingarbugliata per così poca sostanza. Una durata eccessiva. Scene d'azione caotiche. Un doppiaggio da mani nei capelli. Un'attrice senza carisma (Keira Knightly) abbandonata al pubblico ludibrio in cornici epiche fuor di misura e buon senso (i monologhi guerrafondai sembrano la replica stanca di quelli di 300, per di più affidati alla figlia rachitica di Leonida). Ci si godono giusto i siparietti burloni del sempre magnifico Johnny Depp, qualche scarto visionario ben riuscito (il purgatorio assolato e desertico, il mare rovesciato) e poco altro. Effetti speciali, naturalmente, straordinari: l'animazione del viso tentacolare di Davey Jones resta un prodigio. Ma, detto senza puzza alcuna sotto le nari, la tradizione del blockbuster hollywoodiano sta percorrendo una triste china discendente. Dopo Spider Man 3 e I Pirati dei Carabi 3, in attesa del minaccioso Transformers (un action tratto da un vecchio giocattolo?), restiamo in balia di venti ostili.
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