un'immagine da "Revolver"
La stessa storia già raccontata in L'esorcismo di Emily Rose, e ispirata a una storia vera, viene ripresa in Requiem: una ragazzina a rischio epilessia (ma la diagnosi non viene mai confermata con certezza), figlia di genitori religiosi al limite del bigottismo, contro il parere materno decide di cambiar città per frequentare un'università prestigiosa. La vita da studentato, con l'annesso bagaglio d'esperienze (notti insonni, giovani avvenenti, abiti scollacciati) e pruriti vitalistici, la chiama a un contraddittorio con sé medesima. La scissione genera nevrosi, la nevrosi nuove e terribili crisi, e le medicine non sortiscono più effetto. Ci vuole la Bibbia del parroco o il lettino dello psichiatra? L'epilogo è storia: la fanciulla morì di stenti dopo vari mesi di attacchi isterici e 12 esorcismi andati a vuoto. Nel film, invece, è didascalia bianca su fondo nero: il racconto si ferma pudico ai primi riti.
Belle grosse le differenze col precedente americano: l'horror diventa dramma, la recitazione sfrontata e disturbante si traduce in una malinconia sofferta e tutta sotto pelle (ma le protagoniste sono entrambe bravissime), e l'afflato mistico è castrato da una calibratissima analisi psicologica e sociale. Film intelligente ma fin troppo misurato nella confezione: passa e se ne va.
Poi. Volete vedere qualcosa di davvero strano? Recuperatevi Revolver, 01 distribution. È un inedito di Guy Ritchie (Lock and Stock, The snatch) che letteralmente dà il bianco a tutto quel che sapete sulle gangster comedy, condendo un plot ultra complesso che richiama i capisaldi (Memento, I soliti sospetti) con imprevedibili spruzzate mistiche. Insieme a Slevin (di Paul McGuigan), il meglio che il genere ha offerto negli ultimi cinque anni (ora attendiamo Smokin' Aces). Regia e dialoghi esibizionisti oltre misura, ma ci si gratta la pancia per la soddisfazione. C'è Jason Statham e quell'icona di Ray Lotta. Poi non dite che non vi avevo avvertito.
Infine, Hooligans, con Elijah Wood. Ve ne parlo perché mi ha lasciato stupefatto: è un'elegia della criminalità da stadio. Del machismo da rissa alcolica come veicolo per il rafforzamento dell'autostima. E qui il discorso esula gioco forza da qualsiasi valutazione estetica, anche perché il film non è affatto male. Ma la rissa finale assomiglia troppo per montaggio e commento sonoro a un tenzone cavalleresco pregno di ben altri ideali. Il protagonista è pennellato che sembra Braveheart, e invece è un misero scalmanato da pub. La scena in cui cede il posto in metropolitana a una vecchietta, o quella in cui professa con orgoglio d'essere un insegnate di storia, sono di idiozia epocale. Come se l'abito sociale riscattasse il passatempo ferino, e non fosse piuttosto il contrario. Cosa si voleva dimostrare? Che esiste una filosofia della violenza che forgia fisico e carattere? Che a forza di menare pugni si conquista l'Eden? Lasciatelo sugli scaffali in tutta tranquillità.
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