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Società & Tendenze

«Italia, non ti sopporto più»

 
Il caso del sarto libanese Bleibel Mahmoud. Nel 2001 aveva una sartoria a Campetto. Dopo sei anni l'abbiamo ritrovato. È disperato
 
   

     
Genova, 30 aprile 2007
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di
Daniele
Miggino
   
triste
2001. In piazza Campetto c'è una sartoria, il titolare è un ragazzo libanese, si chiama Bleibel Mahmoud ma per tutti è Graziano. Giunto in Italia tra mille difficoltà, finalmente è riuscito ad aprire una bottega, superando anche la diffidenza dei genovesi. Genova gli piace, di andarsene non gli viene neanche in mente.
2007. La situazione è molto cambiata: Graziano è un uomo distrutto, ha perso la sartoria, ha problemi in famiglia, deve ancora pagare i debiti e gli scade il permesso di soggiorno. È arrabbiato, desolato, cerca di andare avanti ma non vede vie d'uscita. Ce l'ha con il razzismo degli italiani, per lo meno di alcuni, ce l'ha con le forze dell'ordine.
Cosa è successo in questi sei anni? Siamo andati a trovarlo per capirci qualcosa.

Oggi Bleibel passa le giornate in un internet point. Dopo undici anni passati in Italia dice: «vorrei solo andarmene, che ne so, in Germania, in Francia. In Libano non posso perché è una tragedia: c'è la guerra, non c'è lavoro». Erano in undici tra fratelli e sorelle quando è scappato dal suo paese.
Tutto ha inizio nel 2001. Una sera il sarto incontra in piazza Dante la sua compagna, di nazionalità ecuadoriana, e la figlia di lei. «La bambina aveva una decina d'anni, piangeva perché aveva i pantaloni rotti - dice il sarto - io per problemi alle gambe porto sempre una tuta o un pigiama sotto i jeans, così scherzando le ho detto: ti do i miei, e ho fatto per toglierli». La scena è vista da due poliziotti, i quali si avvicinano per controllare che sta succedendo. «Appena sono arrivati la mia compagna ha iniziato a gridare contro di loro. Poi ci hanno chiesto i documenti ed è finita lì».

Passano i mesi. Il sarto accetta un'offerta di lavoro da un'azienda italiana che si occupa di abbigliamento. Lascia la bottega e va a fare il responsabile in una fabbrica in Romania. Questo rapporto di lavoro non finirà bene: «mi avevano promesso una cosa e poi hanno subito ritrattato», dice Mahmoud. Però succede una cosa strana: alla frontiera lo tengono oltre due ore e lui non sa perché.
Quando torna in Italia scopre che ci sono due denunce a suo carico: una per oltraggio a pubblico ufficiale e una per atti osceni in luogo pubblico.

Sono passati anni da allora. Dopo un'esperienza in centro Italia - «mi davano 600 Eu, non ho potuto continuare», dice - Graziano non lavora più come sarto, manda avanti l'internet point che lui stesso ha contribuito ad aprire per il fratello, il quale nel frattempo ha trovato un altro lavoro. «Nessuno vuole comprare questo negozio - dice - e dobbiamo ancora finire di pagare i debiti. Come faccio ad andarmene?». Non riesce nemmeno a pagare l'affitto. Dalla compagna di cui sopra ha avuto un figlio, ma lei lo sta cacciando di casa a causa di queste difficoltà. Ce n'è abbastanza per definirlo un uomo disperato.

Il 30 giugno avrà luogo la prima udienza del processo a suo carico. E con questa situazione è costretto a richiedere il permesso di soggiorno come disoccupato, invece che la carta di soggiorno definitiva.
Le ha tentate tutte, aveva persino qualche amico in Questura a cui ha chiesto se potevano fare qualcosa. Niente da fare. «Mi sembra impossibile che dopo tanti anni passati in questo paese, uno si ritrovi in una situazione come questa. Non ho mai fatto male a nessuno, ho sempre lavorato, non è giusto», dice ancora Graziano.
Vorrebbe scrivere a qualcuno di importante, persino a un Ministro, se necessario. Ma più il tempo passa più lui è provato, fisicamente e psicologicamente.

In questa storia si intrecciano disavventure personali ad ingiustizie tipiche del mondo del lavoro, per finire alla vituperata lentezza del sistema giudiziario. Graziano usa anche la parola "razzismo", per definire il caso delle sue denunce. Abbiamo deciso di raccontarvela sperando che ci sia ancora spazio per una soluzione.
 
 
 
 
 
 
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