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Una godibilissima favola, lunga tre ore. Ecco come si trasforma la fantascienza di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury nelle mani di Luca Ronconi, che recupera l'adattamento teatrale dell'autore stesso (1979). Raccogliendo al volo l'idea dell'attrice Elisabetta Pozzi che a questa utopia negativa (distopia), stava già lavorando con il marito Daniele D'Angelo (responsabile suono nell'allestimento), Ronconi salta le didascalie, per inventare una scena ferrosa di un mondo dove tutte le impurità (malattie comprese) sono state eliminate. Una grata metallica fa' da suolo, lamiere arrugginite da sipario a questa nuova produzione tra Stabile di Torino, Piccolo di Milano, Teatro di Roma, Stabile di Palermo e Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, in scena fino al 6 maggio 2007, alle Limone Fonderie di Moncalieri (TO).
Tra fiamme vere e pioggia, sfide a colpi di retorica, citazioni e metafore si narra dell'eliminazione sistematica di tutti i libri, dopo che l'educazione e le scuole sono già un pallido ricordo (fuorilegge). Si narra del ruolo dei maestri e di come il libro possa anche suonare come lettera morta.
I pompieri qui - forza d'ordine e di legge - non sono quelli che spengono gli incendi ma quelli che li appiccano: roghi di libri e persecuzioni sono le priorità agli allarmi che li convocano. La pulizia in atto non è etnica ma socioculturale, trasversale su coloro (uomini e donne, giovani e vecchi) che detengono conoscenza e amore per le lettere.
Siamo nel futuro del 1953, quando Bradbury dà alle stampe una versione più ampia di un racconto breve The Firemen (pubblicato sulla rivista "Galaxy" nel 1950). Siamo nella società ultra rapida, quella del consumo fine a se stesso, del tempo da incalzare facendo, per evitare di pensare. Siamo nel nostro presente: «dove si scrivono pochi libri per tutti... - come dice il personaggio Beatty (un forse troppo vigoroso Alessandro Benvenuti) - dove... cominci a entrare e uscire a precipizio da ascensori, aeronavi, treni, macchine, jet... Salti, spingi, corri, ti fai largo... Non c'è tempo per leggere, non c'è tempo nemmeno per vivere».
Domina il video e l'ordine superiore di: "loro", i pompieri appunto, un po' come in 1984 di Orwell: là "loro" erano l'emanazione armata dell'occhio onnipresente e vigile del Grande Fratello. Là "loro" misuravano i respiri e persino il modificarsi delle espressioni per rintracciare i sovversivi. Là una squadra di uomini e donne riscriveva tutti i giorni la storia per aggiornarla in funzione dei voleri/valori nuovi della dittatura. In Fahrenheit 451, la situazione è meno oppressiva e ossessiva, più semplicemente trash, nel senso che si procede per eliminazione, ma poi ciò che è eliminato è già assente, e un nuovo vuoto è stato conquistato. La memoria è automaticamente azzerata. Il nulla è quotidiano.
Una società di esseri lobotomizzati cresce e popola questa visione: il vuoto acritico determina le esistenze; la non-relazione umana si ancora a stereotipi antichi "marito e moglie", o "famiglia" opportunamente deprivati di senso e contenuto; il ritmo della routine e delle pareti-video nelle case gestisce le vite degli umani. Abituati a "essere" solo in funzione di un ruolo Montag (pompiere - Fausto Russo Alesi) e Mildred sua moglie ("donna-casalinga-depressa" - Melania Giglio, vibrante debolezza e paura, nel ruolo della donna stereotipo di fragilità e vittima del suo apparire), esistono solo virtualmente nella trasmissione La grande famiglia, che miete la maggior parte delle vittime tra il sesso femminile. Ma Montag, rompe le righe. Comincia a tornare a casa dal lavoro di notte a piedi: strano. Incontra una ragazza giovane, Clarisse (Elisabetta Pozzi, fresca e semplice) anche lei irregolarmente a spasso. Clarisse e Montag parlano: strano. Clarisse e Montag si guardano mentre parlano: ancora più strano. Clarisse è la prima maestra di Montag-Candide, prima guida verso la consapevolezza di sé e la voglia di cultura e pensiero libero.
Muletti da magazzino entrano in scena per portare i divani e con essi le case-da-immaginare di questa società a prova di fiamma. Video a tutta parete, con ritagli di immagini in bianco e nero, da un mondo patinato - in parte i favolosi anni '50 americani - guardano e interagiscono con gli ambienti privati e sono i massima desiderata per Mildred che ne vorrebbe «due, tre forse quattro». Le griglie metalliche, normalmente graticole per l'abbrustolimento dei libri, sono un piano mobile che al momento giusto svelerà biblioteche inattese.
Le sacche di resistenza si annidano con stanchezza nella città. Ragni nei buchi o nelle soffitte, topi nascosti nelle case, quelle che ancora possono bruciare. Coraggiosi: come Mrs Hudson (Maria Grazia Mandruzzato) che danno con mano ferma contemporaneamente morte ai libri e a se stessi come capitani sulla nave che affonda. Vigliacchi fino al midollo: come il filosofo e nonno di Clarisse, Faber (ancora Elisabetta Pozzi, irriconoscibile, salvo la voce).
La favola è pervasiva. Completa di orco (il capitano Beatty non solo cattivo), lupo cattivo (il robot Baskerville 9) e fatina (la Clarisse di Elisabetta Pozzi) dai lunghi capelli, non turchini ma ricci e selvaggi (da Pinocchio?); nonno saggio, severo e timoroso qui vigliacco - da Pierino e il lupo - e poi un popolo fantastico e nascosto di uomini e donne-libro da scovare ai confini della città - come nel Mago di Oz? Ma c'è anche Alice, che il Paese delle Meraviglie ce l'ha nella sua mente, ancora straordinariamente capace di immaginare.
Intenso e dinamico, quasi troppo, forse manca un maggiore investimento sulle questioni del linguaggio, affascinanti nella soluzione ritmico-tonica trovata per Mildred, ma deboli per molti dei personaggi in scena. Oltre alle fiamme aspettatevi il coup de théatre finale: chi è stato il vostro compagno di poltrona segreto? Edgar Allan Poe, Marco Aurelio, Charles Dickens, Darwin o Platone? Io sedevo vicino a Darwin.
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