Se saggezza e felicità sono identificabili in A, allora A= x + y + z, dove x= professione soddisfacente, y= sapersi divertire, z= sapere quando tenere la bocca chiusa.
Questa semplice equazione campeggia sulla lavagna di una classe molto speciale. Gli allievi sono infatti i
detenuti del carcere di Marassi, che fuori dalle loro celle studiano, leggono, imparano. Io, invece, in un carcere non c'ero mai stata. Strano a dirsi, ma entrare nella casa temporanea di persone che pagano per uno sbaglio commesso, provoca emozioni inaspettate. Entro in classe e loro, i carcerati, sono già lì, seduti e trepidanti. Oggi per loro è un giorno speciale: incontreranno la scrittrice
Annamaria Fassio, che parlerà del suo libro
Una città in gabbia - già uscito per Mondadori e oggi ristampato da Fratelli Frilli Editori - e racconterà qualcosa di sé. L'incontro fa parte di
Giallo alle case rosse, l'iniziativa promossa dai Frilli che offre ai detenuti l'occasione di conoscere i più noti giallisti liguri e leggere i loro libri.
Attenti, silenziosi, gentili. La più emozionata sembra proprio Annamaria Fassio, «e si vede», commenta uno dei detenuti. All'inizio pochi hanno il coraggio di prendere la parola, poi però la scrittrice mette tutti a loro agio raccontando di quando era maestra in una scuola: «quest'aula è molto più bella di quelle dove ho insegnato». È vero, anche le cartine appese al muro bianco sono aggiornatissime. I detenuti non hanno peli sulla lingua e le loro domande sono tanto taglienti quanto sincere: alcuni di loro
hanno già letto il libro, che è stato donato alla biblioteca del carcere: «non l'ho trovato molto scorrevole», commenta il più estroverso, «e poi perché nel libro ha citato Albert Camus senza ricordare di quando lo scrittore si è fermato a Genova ed è rimasto affascinato dalla bellezza delle genovesi?». «Non lo sapevo», risponde Fassio sempre più affascinata.
«Lei è nata a Genova, perché in
Una città in gabbia ha scelto di occuparsi di camorra?», chiede un altro carcerato. «Quando scrivo ho in mente una storia, ma non so mai dall'inizio quali saranno i suoi risvolti. Quando ho deciso di occuparmi di questo tema mi sono informata molto, perché i lettori sono smaliziati su questi argomenti».
Una città in gabbia vede ancora protagonisti i due personaggi più amati dall'autrice, i poliziotti genovesi
Erica e Maffina, pronti ad affrontare un'indagine complessa nella Genova del G8.
Poi un altro detenuto solleva una richiesta: «faccio fatica a leggere perché ho tanti pensieri per la testa, ma anche perché qui
non ci sono gli spazi giusti per farlo. Mi piacerebbe che avessimo a disposizione una sala di lettura». Una delle insegnanti interviene: «c'è già una piccola biblioteca e tre aule scolastiche, ma sarebbe bello trovare uno spazio più idoneo e magari
creare dei gruppi di lettura». L'incontro termina con un applauso dedicato ad Annamaria Fassio. Quando la avvicino lei è ancora confusa: «è stata un'esperienza forte e molto positiva», commenta, «non mi aspettavo tanto interesse».
Durante il dibattito mi sono seduta accanto ai detenuti. Ho scherzato con alcuni di loro e tutti erano incuriositi dal mio ruolo di giornalista; ma più che la penna e il taccuino
è stata la mia macchina fotografica ad attrarre la loro attenzione. «Vorremmo fare una foto tutti insieme, solo per noi. Qui non capita mai di essere fotografati. A parte le foto segnaletiche, intendo». Sorrido con loro e lo scatto che faccio al gruppetto, in posa davanti a me, assomiglia a quelle che si fanno al liceo l'ultimo giorno di scuola. «Mi raccomando, fammela avere. Ci tengo», ribadisce uno dei detenuti prima di salutarmi.