Le amministrative 2007 a Genova si stanno giocando su cortocircuiti o, più teatralmente, su meccanismi di straniamento, non forse soltanto - almeno speriamo - per la pura voglia di spiazzare i cittadini. Protagonista di uno di questi coup de théâtre - anche per deformazione professionale - è Sergio Maifredi, vicedirettore del Teatro della Tosse dal 1995, che oggi siede di fronte a me nella sua nuova veste di candidato politico per Forza Italia.
«Non sono mai stato di sinistra», chiarisce subito Maifredi raccontando i suoi anni al Liceo A. D'Oria, dove ha maturato questa convinzione. «I dubbi intorno alla destra e alla sinistra in politica mi nacquero davanti ai portoni della scuola. I ragazzi che arrivavano dal Biscione con il bus 346 erano di destra, quelli provenienti da Albaro, accompagnati dai papà in macchina, si proclamavano di sinistra. C'era qualcosa che non mi tornava, ma avevo solo 16 anni».
Come porsi però rispetto a quella destra portatrice di atteggiamenti di intolleranza e xenofobia? «Queste sono posizioni esasperate, come anche quelle della Lega Nord, adottate in maniera rozza», taglia corto creando un limite netto. «A Enrico Musso ho detto subito: "io ci sto se come Giunta abbiamo davvero intenzione di vivere per strada e stare in mezzo alla gente"».
Per molti anni distante dai partiti, Maifredi confessa che la scelta di fare politica è antica quanto quella di fare teatro. Sul suo scrive: a diciotto anni era la scelta più trasgressiva che potessi fare. Quali strumenti della prassi teatrale si porta dietro? «Il teatro mi ha insegnato a inseguire la verità davanti agli attori e al pubblico. E il pubblico si accorge subito se si sta lavorando con il "vero". Neanche a teatro si può promettere la luna. Mettere la propria esperienza all'opera per la cosa pubblica, ecco cosa si può promettere e cosa mi porto dietro dalla mia professione». Le promesse generiche che «valgono per qualunque cosa» per Maifredi sono il polo negativo da cui fuggire. «Per esempio al momento non mi sento di parlare di un tema come le periferie, che pure è al centro dell'attenzione. Le conosco poco, però ci sono modelli di lavoro del tutto applicabili accanto a un lavoro di coinvolgimento anche nelle periferie. La cultura può diventare uno strumento di risanamento e recupero della vivibilità dentro e fuori la città».
Ma quali sono questi modelli operativi? Facciamo qualche esempio. «Penso a come è nato il recupero di una parte del centro storico con insediamenti come la Facoltà di Architettura, il Teatro della Tosse e in un'altra zona con l'H.O.P. Altrove o il Galata, la Facoltà di Economia. Un'istituzione genera immediatamente un pubblico e una frequentazione. Per fare un esempio, se ho un problema di spaccio nel vicolo sotto il teatro non scendo in strada, ma chiamo la stampa, la prefettura. Rispetto a questo le attività commerciali sono più sole. Il mio pubblico diventa mezzo per la costruzione di corridoi di vivibilità».
La politica, la politica oh il teatro? Come si modifica il futuro al Teatro della Tosse? «Nel momento stesso in cui ho accettato mi sono anche confrontato con Tonino Conte. Come ho già spiegato, la mia candidatura è una scelta personale. Al momento siamo entrambi in una fase di riflessione, anche se per quanto mi riguarda sono disponibilissimo a continuare. D'altra parte vivo la mia scelta come sempre più necessaria. Oggi come negli anni '80, sento una cappa oppressiva legata a un certo tipo di gestione della cultura». Sarebbe a dire? «Semplicemente: se non fai parte di un gruppo, anche tacitamente, le porte ti sono sbarrate. Guardiamo a certi finanziamenti recenti eccezionali: Mondo Mare Festival o Be You, credo che venga voglia di scappare».
Be', il potere come è noto rende schiavi, dotarsi di protezioni può essere utile, ma quali? «Diciamo che dalla parte in cui mi sono messo non c'è nessuno che fa la fila, quindi in qualche modo mi sento libero di scegliere. Il contributo credo vada orientato in favore dello spettatore, un po' come quando ho proposto il biglietto per gli studenti a 2 euro. Toglierei le convenzioni a posto fisso e darei solo sovvenzioni a progetto. Vorrei che gli interlocutori sapessero spiegare i loro progetti e fare un rendiconto finale da restituire ai cittadini/spettatori. Sono pronto a dare maggiori prospettive a iniziative fin'ora lasciate nella più assoluta precarietà, penso al Suq, al Festival Internazionale della Poesia, al Goa Boa. Non ho nessuna preclusione, per me l'unico criterio sarà la qualità. Il Carlo Felice d'altra parte non deve essere percepito solo come costo, ma come ente da posizionare in modo unico sul mercato italiano». E gli altri teatri? E lo spazio che giovani e meno giovani chiedono per provare, creare e produrre arte a vari livelli? «La prima cosa da fare è usare le risorse esistenti: siccome gli spazi ci sono, si tratta di creare una convenzione tra teatri e Comune in cui sia esplicito che devono mettere a disposizione di associazioni, compagnie o gruppi alcuni momenti buoni, non morti, della stagione».
La parola convenzione sa un po' di parola-data ma non-mantenuta, vediamo di spiegare meglio? Veniamo dunque alle proposte concrete. Quale regia per la politica culturale della città? Dove interverrebbe Maifredi se chiamato al ruolo di assessore alla cultura? «Le direzioni su cui lavorare sono molte, ma la più urgente: creare un patto o convenzione appunto tra istituzioni culturali e Comune. Nel concreto: una carta con regole chiare e trasparenti sul come e il perché il Comune sostiene certe iniziative e rispetto a quali parametri; quindi, rendere trasparente l'accesso ai finanziamenti e le modalità per mantenerli. Altra urgenza: organizzare un calendario unitario degli eventi in città, che scaglioni gli eventi evitando sovrapposizioni; e individuare 5/6 appuntamenti importanti della città intorno ai quali tutte le istituzioni ruotino e intoro a cui legare operatori culturali e economici. Gli operatori economici e commerciali vanno coinvolti, devono tutti conoscere l'iniziativa e essere invitati come primi ambasciatori degli eventi stessi.
Va ripensato anche uno sfalsamento negli orari con un orientamento più europeo. Far collaborare tra loro le istituzioni sarebbe un'altra missione, tra settori e in modo trasversale, per un assessorato che faccia da aggregatore. Penso per esempio a un abbonamento trasversale ai teatri come c'è a Milano, Firenze, Torino. C'è anche da lavorare molto sui trasporti per far sì che la fruizione si allarghi per età e provenienze. Anche qui, rischio di ripetermi, ma Milano propone un ottimo modello che ho sperimentato personalmente: la prenotazione di una navetta via SMS. E poi manca la comunicazione su ciò che accade in città: basterebbero 5 chioschi da Nervi a Voltri, ben posizionati dove le persone possano tenersi aggiornate».
Come nella nostra intervista, il rischio che il linguaggio teatrale invada il campo resta, come superare il "limite" rispetto a questioni più specifiche alle altre arti?
«Allargando il discorso a persone competenti, quelle che ho incontrato e stimato nel corso degli anni. Per esempio abbiamo dei direttori museali di grande qualità a Genova che potrebbero diventare figure di riferimento».
Concludendo, che posto ha il web in questo tipo di progettualità? «Il Comune dovrebbe usare il web non come l'ennesima possibilità. Conosco un solo teatro che si gioca tutta la partita su internet: il Teatro Libero di Corrado D'Elia. Per soli 100 posti 34.000 presenze: ha già vinto. Una maniera agile per moltiplicare le idee e le energie e fare da collante».
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