George Steiner
«L'Europa è stanca, esausta. Le sarà difficile dare l'arrivederci alla storia, ma dopo duemila anni è tempo di lasciare il passo ad altri, alla Cina, all'India, all'America Latina». Si chiude così una delle conferenze più illuminanti e dense di suggestioni del ciclo Saggi d'Europa, organizzato dal Centro Culturale Europeo. Sono parole di George Steiner, ospite nonché ispiratore della rassegna grazie al suo libro intitolato Una certa idea di Europa.
Non ha un lieto fine il lunghissimo film di cui l'Europa è stata per molto tempo regista. Steiner parte dal fallimento dell'illuminismo, del voltairiano: "Mai più in Europa ci sarà la tortura", della speranza di Trotsky: "verrà un giorno in cui l'uomo e la donna comune potranno oltrepassare l'ingegno di Aristotele".
Le due guerre del Novecento, definite dall'intellettuale non mondiali ma «guerre civili europee», hanno spezzato definitivamente il sogno di tanti pensatori. «Pochi, alla vigilia della catastrofe, avevano intuito il pericolo», dice - e cita tra gli altri Karl Krauss, che affermò: "verrà un giorno in cui i guanti saranno fatti con pelle umana".
Cinquantanovemila i morti nel primo giorno della battaglia della Somme nel 1914. Saranno settanta milioni fino al 1945. Un abisso per cui si possono cercare alcune cause, ma che secondo Steiner rimane un mistero tremendo, «una disfatta della ragione. La lunga mezzanotte del Novecento iniziò in un periodo di grande ottimismo». Lo stesso in cui, era l'estate del 1913, Bergson scriveva: "Mai l'Europa ha avuto tanta speranza nel progresso".
«Fu l'ultima estate di speranza», prosegue Steiner, il quale elenca alcune cause: la mobilitazione di massa, la rivoluzione industriale, la mutazione del politico in ideologico. E non solo: «Tra Waterloo e il 1914 ci fu un lungo periodo di pace, un secolo esatto. In questo arco di tempo sembra insinuarsi nel sangue una sorta di noia ontologica, che sfocerà in un desiderio più o meno cosciente per il pericolo e per la violenza». Poi un'altra citazione, da Theophile Gautier: "meglio la barbarie della noia".
Il fallimento dell'illuminismo fa coppia con quello della democrazia. «Una teoria della speranza, un'utopia pragmatica», dice Steiner, e tuttavia «un sistema incapace di garantire la pace». Alla pari del marxismo, che non è stato capace di impedire il dispotismo. «Lanciando il messaggio di una giustizia terrena, dicendo agli uomini che potevano essere migliori, il marxismo ha reso un grande omaggio al genere umano. Per questo il suo collasso è il collasso del più grande complimento mai fatto all'uomo».
La panoramica di Steiner non si arresta alla storia. «Il mondo oggi è come un immenso formicaio impazzito. Ogni notte milleduecento messicani tentano di entrare negli Stati Uniti, i battelli sbarcano incessantemente sulle coste italiane. Un rito che ripete all'infinito, tutti i giorni. Che cosa significa identità per un uomo affamato?».
Seguono alcune considerazioni sui poteri contemporanei: «la finanza è più forte di qualsiasi governo, ma le sue leggi non sono democratiche. Anche il web ha molto più potere delle leggi di una democrazia». E poi «Murdoch possiede i tre quinti dell'informazione umana. Un'oscenità surreale».
Disincanto, nausea, un malessere profondo. Sono i sentimenti dei giovani rispetto alla politica: «i miei allievi di Oxford una volta ambivano ad entrare in Parlamento, oggi guardano alla city finanziaria e alle banche. E a due anni dalla laurea guadagnano 300.000 sterline l'anno: lo stipendio di dieci vite per un professore!».
Strali anche verso il concetto di libertà nel mondo contemporaneo: «le due più grandi forze produttrici oggi sono droga e pornografia, un bel risultato». Il fatto è che la libertà di parola, di stampa, di elezione, per gli uomini normali sono astrazioni, un lusso. «La gente comune ha bisogno di una casa, della pensione, di cura sanitaria gratuita: tutte cose garantite dai paesi dell'Europa orientale nell'era della sovietica». È inquietante, secondo Steiner, la nostalgia per i tempi passati in quei paesi. Così come i rigurgiti razzisti in città tradizionalmente aperte e democratiche, come Copenhagen e Amsterdam.
Da tutto questo si vede, secondo l'intellettuale, che l'Europa è al capolinea. «Ma non voglio concludere con pessimismo. All'autunno di una civiltà classista ed elitaria, corrisponde l'ascesa di una nuova». Cina, India, America Latina, appunto.
«Ho molti allievi di cinesi e indiani ad Oxford - dice - i primi sono molto bravi, prendono voti alti, ma non hanno un pensiero indipendente e originale. L'indiano è formidabile. Da quel paese verranno le grandi università del futuro». L'America Latina? «È un titano che prima o poi si sveglierà. Non bisogna scordarsi le dimensioni: tutta l'Europa può essere contenuta dentro i confini del Brasile».
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