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Scommessa vinta! Il Giulio Cesare di Georg Friedrich Händel, in scena da ieri sera al Teatro Carlo Felice, ha premiato la proposta di un'opera non convenzionale, distante dal repertorio dei più noti Verdi o Puccini. Forse proprio per questo capace di emozionare in modo più spontaneo e diretto: a volte la musica è in grado di staccarsi dal tempo e dal contesto in cui è stata concepita e di cui è espressione, ed emerge come pura essenza.
Nell'appassionata direzione di Diego Fasolis la migliore interpretazione è quella di Marina De Liso, voce piena e morbida del tormento di Cornelia, vedova di Pompeo, che si esprime al meglio nelle arie (Priva son di ogni conforto - Atto I) ma anche nel bellissimo duetto alla fine del primo atto con il figlio Sesto Pompeo, una brava Marina Comparato.
Cleopatra è una convincente Carmela Remigio, in particolare nella scena di seduzione che apre il secondo atto e nell'aria Piangerò la sorte mia (Atto III), che il pubblico sottolinea con un lungo applauso.
Meno efficace Sonia Prina nelle vesti di Giulio Cesare, con qualche problema di respirazione nel primo atto e la cui prova è apparsa a tratti oscurata dalle qualità vocali più definite dei coprotagonisti.
La scenografia e la regia di Herbert Wernicke, riprese da Björn Jensen sottolineano il valore assoluto, atemporale della musica di Händel.
L'opera si apre con arrivo di Cesare in Egitto, e una grande trovata scenica.
L'azione si svolge interamente su un piano inclinato nero e dai contorni irregolari, che si scopre ricoperto da segni, simboli, parole: una gigantesca immagine della stele di Rosetta, che "è" l'Egitto stesso.
Sineddoche giustificata: questa iscrizione è forse la più nota a giungerci dalla terra dei faraoni, la chiave che ha permesso di decifrare la scrittura dell'Antico Egitto grazie al suo testo, un decreto scritto nel primo anniversario dell'incoronazione di Tolomeo V Epifane (196 a.C., antenato del Tolomeo contemporaneo di Cesare) e inciso in geroglifico, demotico e greco.
I costumi contribuiscono a collocare la storia fuori dal tempo: colgono frammenti della storia dell'uomo, alcuni immediatamente evocativi come il mantello di porpora e corona d'alloro per Cesare, altri sinceramente difficilmente condivisibili, come un Achilla-esploratore in calzoni corti e calze bianche e un Curio-Rommel in divisa da ufficiale nazista.
E se per caso ci fossimo dimenticati che l'opera si apre con l'orribile scoperta dell'avvenuta decapitazione di Pompeo per ordine di Tolomeo, ecco che la testa del malcapitato continua ad essere presente sulla scena, un leitmotiv a tratti grottesco, visto che viene lanciata, fatta rotolare e portata sottobraccio dai diversi protagonisti.
Coinvolgente il giubilo del coro nel finale: il palco è invaso da un folto gruppo di turisti alla scoperta della terra dei faraoni e armati di guida, macchina fotografica e scottature da sole africano.
Il vero protagonista sulla scena? Un coccodrillo (animato da un bravissimo Héctor Manzanares), che come Sobek, dio-coccodrillo dell'Antico Egitto, assiste alle vicende dei mortali e si dilegua (sulla nave di Cesare!) quando la storia volge al termine......peccato.
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