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Società & Tendenze

Luca Musella @ Genovainedita

 
La rassegna ospita il fotoreporter napoletano. Nella sua denuncia il declino della professione e le difficoltà dell'editoria. Giovedì 22
 
   

     
Genova, 20 marzo 2007
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di Luca Musella
   
fotografo
 
Genovainedita @ mentelocale café
Dopo il successo di Anna Parodi e Claudio Paglieri, è la volta di uno scrittore e fotoreporter napoletano. Luca Musella - ospite di Genoveinedita giovedì 22 marzo a mentelocale cafè, ore 21.00 - incarna la nostalgia, la rabbia, l'orgoglio, il senso della morte e della vita che appartengono al sentire partenopeo. I suoi libri sono una denuncia disperata e urlata di una Napoli melanconica, di vite perdute, di guerre territoriali ed interiori, con una forte accettazione del dolore che non si tramuta in rassegnazione, bensì in lotta tenace.

Musella è nato a Napoli nel 1967, scrittore e fotogiornalista di fama internazionale, ha pubblicato per Nonsoloparole quattro inchieste: Un anno senza Janet, Terra, colore e novalgina, Luride mail, La rabbia e l'orologio e per Gaffi Editore Tre disubbidienti, di recente pubblicazione. Dai suoi testi sono stati tratti alcuni allestimenti teatrali. Nel 2002 ha debuttato come regista teatrale con Toro, la storia di una prostituta napoletana.
Riportiamo a fianco una lettera denuncia dell'autore sul declino della professione di fotoreporter spazzata via dalle nuove tecnologie e sulla difficoltà, per gli scrittori esordienti, di trovare editori disposti a pubblicare le loro opere
Sono un fotogiornalista e mi chiamo Luca Musella. Vi scrivo per farvi una confessione: molti fotoreporter, me compreso, stanno attraversando una profonda crisi d'identità. Crisi simile a quella che l'avvento della fotografia causò nella pittura all'inizio del 1900. Come sappiamo molti artisti, soprattutto i meno noti, persero la clientela o si trasformarono in fotografi. L'astrattismo e le avanguardie ridiedero lustro, danaro e ruolo ai pittori. Oggi sta avvenendo qualcosa di simile nel fotogiornalismo. Il mondo della cultura punta su ottimi fotografi di ricerca e i vecchi fotoreporter non hanno più una loro centralità.

Le mostre, i cataloghi e le recensioni sono esclusivamente appannaggio dei fotografi cosiddetti artisti, ossia quelli che campano fotografandosi metaforicamente i piedi. In questo hanno contribuito le nuove tecniche digitali, che consentono a chiunque di raggiungere un risultato pubblicabile. La creazione di potenti network internazionali che impongono pochi nomi, sempre gli stessi, nelle redazioni di tutto il mondo. La crisi economica e la piattezza contenutistica della maggior parte dei nostri giornali. A me, tutto sommato, è andata bene. Adesso lavoro come operatore video e faccio il fotografo di scena: musica, teatro e cinema.

In questa ricerca d'identità mi è venuta in soccorso la scrittura. Ho iniziato per caso, raccontando alcune storie che mi sembravano interessanti. Era solo un pretesto per tentare di illuminare le zone d'ombra che la mia debolezza andava creando. Lentamente il narcisismo ha preso il sopravvento, ed ho iniziato a concepire l'idea di rendere pubblico questo vizietto. Voi stessi avete coraggiosamente dato spazio a qualche mio delirio. Per rendere più limpida questa confessione diamo una cosa per scontata: come scrittore non sono un granché, arruffone e grammaticalmente scorretto. Ho preso le informazioni da vari siti web e librerie ed ho iniziato a spedire il "maloscritto" in giro. Molti editori non mi hanno mai risposto. Eroi di cui avevo letto prove di mirabolante coraggio, non hanno avuto il tempo di scrivermi un email del tipo: "Lei, caro Luca, sarà anche un brav'uomo, ma come scrittore è una pippa".

Quattro mi hanno scritto delle cortesi lettere di rifiuto alle volte accompagnate da un libro in regalo e sempre dal discreto consiglio di occupare il mio tempo in modo diverso. Marcello Baraghini di Stampa Alternativa, ad esempio, mi ha inviato il libro di Miriam Bendia e Antonio Barocci Editori a perdere, per mettermi in guardia. Libro divertente e indispensabile a chi, senza santi in paradiso, si accinge a voler pubblicare. Gli altri, più della metà degli editori contattati, mi hanno chiesto danari.

Ma il punto è un altro. Questa odiosa forma di strozzinaggio è diventata una regola, al punto che alcuni amici intellettuali, mi hanno consigliato di pagare. In effetti, gli editori a "scrocco", sono invitati alle fiere, vedono i propri libri recensiti dai maggiori giornali, hanno un ruolo. Quanti libri auto stampati senza nessun editore, hanno avuto recensioni nell'ultimo anno? Nessuno. Quanti libri stampati con il contributo dell'autore, vengono invece recepiti dal mercato editoriale, come nobili esempi di temerarietà? Molti, fidatevi di me che oramai sono un esperto. Io trovo molto più nobile recarsi in una tipografia, casomai una di quelle gestite da ex tossici e stamparsi "la cosa". Togliersi lo sfizio di mettere il proprio febbricitante volumetto accanto a quello di Carver o, almeno, a quello di Deaglio.

Ma in giro si è così abituati a questa ipocrisia che, con un finto editore, si possono ottenere riconoscimenti, recensioni, partecipare a premi, essere presenti nelle librerie, senza si è solo dei malati cronici di protagonismo. Dei divoratori di psicofarmaci. Dando per scontata la buona fede di tutti, la mia compresa. Proviamo ad essere serenamente consapevoli che voler a tutti i costi pubblicare un libro non è una operazione illegittima e che un editore che si fa coprire le spese di stampa non commette nessun peccato, soprattutto quando il contributo è economicamente verosimile. Ma bisogna rendere trasparente questa abitudine per non farla sembrare ricattatoria. Basterebbe una frase piccolissima nella quarta di copertina: stampato con il contributo dell'autore. Si eviterebbe a chi non vuole pagare di sentirsi una merda e si darebbe un segnale forte agli addetti ai lavori, che spesso maneggiano con la stessa disinvoltura, libri di editori coraggiosi che rischiano il proprio talento e i propri quattrini per portare avanti un autore e quelli di editori che si fanno semplicemente pagare. Si darebbe, in questo modo, maggiore prestigio a chi pubblica online, a chi si stampa il libro da solo e a chi non riesce a pubblicare niente. Poi, il fatto che la selezione per entrare in questo mondo, sia di natura prettamente economica, è una riflessione che lascio a voi.
 
 
 
 
 
 
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