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Per molti la Germania nazista è quella dei documentari storici. Musica inquietante, gesti schizoidi, facce di invasati, i comizi, le folle. Finito il programma, viene spontaneo dire: Hitler era pazzo, e come lui tutti quelli che gli sono andati dietro. Pazzi o codardi, succubi per paura del dittatore pazzo. Chiuso il discorso. Anima in pace. Così, però, è troppo facile.
Götz Aly, storico e giornalista tedesco, autore del libro Lo stato sociale di Hitler. Rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo ha cercato di capire ragioni concrete e interessi materiali per cui il nazionalsocialismo è nato ed ha avuto il consenso della popolazione. Il suo libro, edito in Italia da Einaudi, ha sucitato non poche polemiche.
Il Centro Culturale Europeo lo ha invitato, giovedì 8 marzo 2007, a presentare il volume insieme ad Angelo Bolaffi, filosofo e germanista, neodirettore dell'Istituto italiano di cultura di Berlino.
La dittatura nazista ha migliorato le condizioni della popolazione tedesca - solo di quella ariana, s'intende - rispetto all'inizio del secolo e soprattutto rispetto alla crisi economica. Questa la tesi di fondo. «Gran parte delle leggi che oggi tutelano i cittadini e i lavoratori, persino la festa primo maggio, vengono da quel periodo», dice Aly.
Dal 1933, anno in cui sale potere, Hitler non alza mai le tasse ai cittadini - «semmai aumentò quelle delle aziende», prosegue lo storico - blocca i contratti d'affitto e le esecuzioni giudiziarie, porta la paga dei soldati della Wehrmacht a cifre esorbitanti per gli standard dell'epoca, aumenta le pensioni, sostiene le famiglie dei soldati: «le donne, per la prima volta, avevano molti soldi a disposizione». Tutto questo ha un prezzo, che pagano gli ebrei.
Negli anni prima della Seconda guerra la Germania nazista si indebitò così tanto da rendere necessario il conflitto per risanare la cassa. La razzia dei beni degli ebrei arrivò a costituire il 50% del bilancio annuale tedesco, ma a un certo punto nemmeno la conquista di Polonia e Francia fu più sufficiente. «Goering fece un decreto che permetteva ai soldati tedeschi di spedire quanti più pacchi potevano alle proprie famiglie. Persino lo scrittore Heinrich Böll (premio Nobel nel 1972 n.d.r.) portò a casa due mezzi maiali dalla Francia», dice Aly. L'Europa venne sfruttata fino all'osso per pagare il consenso tedesco, con le rapine e il lavoro coatto.
Götz Aly non assolve né condanna. Cita ancora lo scrittore Heinrich Böll: «lui, profondamente antinazista, alla fine cedette: "il male sta entrando anche dentro di me", disse». Poi lancia una provocazione: «lo sfruttamento altrui per la propria sopravvivenza è sempre esistito, ecco perché durante la rivoluzione francese non venne abolita la schiavitù. E anche oggi bisogna chiedersi da dove vengono in nostri vestiti». Niente a che vedere, ovviamente, con la dittatura «banditesca e criminale» di Hitler, ma la frase fa riflettere.
Si definisce uno storico pessimista Aly: «perché quello che è successo potrebbe ancora accadere» e prende le distante dall'ottimismo di Daniel Goldhagen, autore del famoso I volenterosi carnefici di Hitler. «Goldhagen racconta l'arrivo delle truppe tedesche in un paesino polacco e dice: "la mattina lì si trovavano 2.500 ebrei, la sera erano tutti morti". Io cerco di raccontare quello che succede concretamente durante la giornata».
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