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Quel che non si evidenzierà mai abbastanza di Miike Takashi è l'imponenza dell'impianto morale che fa da scheletro alla maggior parte dei suoi lavori. Ma è tale l'impudenza delle sue provocazioni, la sua sfida al (buon) gusto comune, che la faccenda è comprensibile.
Prendiamo Visitor Q, girato in digitale con quattro soldi quattro nel 2002 e che ora la beneamata Dolmen ci mette in mano: mette in scena con una ferocia che non ci si crede lo stato dei valori nella famiglia e, per estensione, nella società giapponese (ma mica solo lì: l'Italia come specchio funziona bene uguale).
La tela, badate bene prima di affrontare la visione, è la seguente. Madre e figlia si prostituiscono, quest'ultima anche col padre, giornalista televisivo senza scrupoli e carattere, impegnato a confezionare programmi d'inchiesta in cui i teppistelli che intervista finiscono per sodomizzarlo col suo stesso microfono. Intanto il figlio, vessato a scuola dai compagni, si sfoga a casa frustando la madre, che di rimbalzo si rifugia nell'eroina. Al quadretto si aggiunge infine un misterioso sconosciuto, l'ospite Q del titolo, che tutto vede e a tutti sorride, e si fa strada nelle simpatie d'ognuno a suon di sassate dispensate sulla testa. Tra un'amenità e l'altra c'è tempo anche per stupri, omicidi e bagattelle necrofile. Tutto raccontato con indefessa (un po' isterica) ilarità.
Ora, a chi ha buona memoria e miglior cultura non potrà non venire in mente il Teorema pasoliniano: ebbene, il paragone è tutt'altro che azzardato. Se esiste al mondo un cineasta che oggi ha ereditato quell'uso del media cinema, inteso come "scandalo" (parola d'origine greca che significa "pietra d'inciampo") atto a destare le coscienze assopite spingendole inesorabilmente verso il punto di rottura, questo è Miike. La differenza con l'immensa opera del poeta di Casarsa tuttavia esiste, e non è trascurabile. Il cinema di Pasolini era cinema etico, di principi: non fratturava lo status per il gusto della denuncia , né tantomeno per volontà di ricostruzione. Era arte in essere alimentata dall'amore per l'uomo, forse persino dalla fede. E sull'uomo investiva, senza imporre ricette, tanto meno dogmi. Il cinema di Pasolini era sempre una scommessa imposta dal cuore.
Miike, invece, fa matematica morale. Identifica un target e lo sbriciola, ridendo sguaiatamente in faccia a benpensanti, conservatori e affiliati. Ma è tutto talmente pensato, filtrato dall'intelletto, che di fronte ad uno dei suoi film il sangue potrebbe gelare. E non è certo un caso che molto spesso le immagini dei suoi lavori siano interrotte da didascalie: domande retoriche o semplici sottolineature (in Visitor Q accade continuamente). Miike spacca tutto, ma il suo anelito è tutto per la restaurazione. Sbeffeggia i conservatori, ma sotto sotto dà l'impressione di esserne il figlio più lucido. Anche se poi la sua anima è talmente selvaggia da ribellarsi persino a sé medesima, lasciando sempre lo spettatore (e pure il critico) nel dubbio.
Non è per tutti, di certo, il cinema di Miike Takashi, ma per molti, altrettanto di certo, ne sarebbe salutare la conoscenza. Purtroppo prendere a sberle i bambini molto piccoli, solo perché ancora non sono in grado di comunicare, non è mai la soluzione migliore. Perciò guardiamoci negli occhi e diciamocelo chiaro: per certi autori non siamo pronti, e probabilmente non lo saremo mai.
Per chi invece si volesse arrischiare, si sappia che il dvd Dolmen è scarno fino all'osso: non c'ha nemmanco il doppiaggio, solo i sottotitoli. Chi è abbastanza libero si faccia avanti.
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