Internet incombe sulla carta stampata ormai da anni. Ma negli ultimi tempi il confronto ha subìto un'accelerazione repentina. Prima il
discorso di Rupert Murdoch presso la
Worshipful Company of Stationers and Newspapers Makers di Londra, quasi un anno fa: le società che non si adegueranno all'avanzante tecnologia, diceva il boss di News Corp, falliranno. Poi, un mese fa, il direttore del
New Yor Times Arthur Sulzberger, ha candidamente confessato che non sa se tra cinque anni il suo giornale sarà ancora stampato, e che tutto sommato la cosa non gli dispiace.
La morte delle rotative è dunque vicina? Forse no, ma di sicuro si useranno molto meno in futuro.
Vittorio Sabadin - vicedirettore della
Stampa per dieci anni, dal 1986 al 2006 - ha scritto un libro con un titolo che più attuale di così si muore:
L'ultima copia del New York Times. Giovedì 1 marzo era a Genova per presentarlo, insieme a
Franco Carlini, giornalista ed esperto di web.
Il tema sul banco è il futuro dei giornali di carta. Uscito a fine gennaio 2007, è già in ristampa per la seconda edizione.
I giornali vendono sempre meno copie, le redazioni subiscono tagli, i costi aumentano. Dappertutto tranne in India e in Cina - ma tanto si sa che lì è un altro pianeta - la discesa della carta stampata è veloce ed inesorabile. D'altra parte, il web avanza di gran carriera. Quello apportato dalla rete non è solo un cambiamento tecnologico, ma un profondo mutamento sociale. Per questo la carta, che ha resistito al telegrafo, alla Tv e alla radio, se non cambia strategia rischia di soccombere.
Ma le ragioni della crisi non si limitano ad internet. «C'è un problema demografico e un sovraccarico d'informazione, non per niente si parla ormai di "economia dell'attenzione"», dice Carlini. Non solo, «la gente ha sempre meno tempo per leggere - dice Sabadin - e i giovani non concepiscono più di dover pagare per sapere». Poi c'è la
free press, che erode fette di mercato sempre più grandi: «giornali come
Metro hanno vinto perché ti vengono incontro nei rari tempi morti della giornata, durante gli spostamenti, in metropolitana».
Sono tanti i quotidiani che hanno deciso di puntare sulla rete. «Oggi non ha più senso pubblicare nel giornale della mattina un evento del pomeriggio prima», prosegue Sabadin, «pensiamo, per esempio ai media finanziari. Gli operatori non possono certo aspettare dodici ore per muoversi». Le redazioni, invece, stentano ad abituarsi. Forse perché i giornalisti sono i primi a pagare l'ascesa della rete: molte testate in crisi, infatti, hanno tagliato drasticamente l'organico.
«Il futuro - dice ancora l'ex vicedirettore della Stampa - è in redazioni che funzionino 24 ore su 24, dove il lavoro su carta stampata si intrecci con internet». La news si troverà sempre più sul sito, l'approfondimento sulla carta.
Tra
free press e redazioni col cappio, però, «rischia di saltare il ruolo civico dei giornali», dice Carlini. Nomi come
Observer,
Sentinel,
Guardian, sono testimoni del compito storico dei media giornalistici. Oggi, anche da questo punto di vista, la crisi è molto vicina. Il perché si capisce da un aneddoto raccontato da Sabadin.
Una compagnia australiana di costruzioni vince un appalto per un'enorme autostrada negli Usa, ma il progetto viene criticato da vari quotidiani locali. Come fa l'azienda ad assicurasi il consenso? Compra baracca e burattini, ovvero circa quaranta testate, improvvisamente ammutolite sull'argomento
highway.
Tutto vero, e molto inquietante.