Forse l'immobilità delle cose che ci circondano è imposta loro dalla nostra certezza che si tratta proprio di quelle cose e non di altre, dall'immobilità del nostro pensiero nei loro confronti. Lo scriveva Marcel Proust nelle prime pagine del suo
À la recherche du temps perdu.
Ma come spiegava, tra gli altri, Henry Bergson la percezione stessa è movimento -
There is no perception which is not prolonged into movement (da
Matter and Memory) - e allora perché non creare i presupposti per guardare pensando, accorgendosi che con lo sguardo già scegliamo, scartiamo o neghiamo qualcosa.
Sancho Silva, artista portoghese del 1973, costruisce macchine o strutture per riflettere e sovvertire l'idea che abbiamo delle cose, o di certe costruzioni: il già dato, il preconcetto e tutto ciò che norma a-priori.
New York, Berlino, il Cairo: queste le tappe più recenti toccate da
Sancho Silva, in questi giorni alla galleria
Pinksummer (@ Palazzo Ducale) per l'allestimento della sua
seconda personale a Genova, che inaugurerà
venerdì 23 febbraio. Spesso Silva crea le sue
strutture-pensiero a partire dagli spazi che le ospitano, così per esempio era successo nel 2003 con
Time Capsule, ma questa volta presenta due set di costruzioni indipendenti (
Trident e
Satellite) e un progetto in corso di realizzazione a Vado Ligure dal titolo
Involtino.
Tutto rigorosamente in legno, «agile e duttile da lavorare», l'intero allestimento è uno studio sul Cairo.
Trident propone tre percorsi trasversali che partendo dal centro del Cairo vanno avanti in linea retta in tre direzioni diverse, che non hanno niente a che fare con i punti cardinali, né con la geografia o la geopolitica. Fisicamente la struttura è appesa ad
altezza sguardo ed è costituita da tre piramidi tronche, sulle cui estremità è montato un monitor che riproduce le sequenze di immagini raccolte dall'artista. «Questo lavoro - spiega Silva - è
fatto per una persona con tre occhi: possibilmente uno dietro e gli altri due più laterali, un po' come certi pesci. Le persone dovrebbero adattarsi alla nuova macchina e farsi crescere un altro occhio». Ma allora nessuno capirà? «Possono
lavorare con l'immaginazione, ma per guardare devono muoversi». Il tono è affabile e ironico ma si capisce immediatamente che, nelle semplici parole di Silva, c'è anche una parte di verità sul contenuto concettuale del suo intervento, in un'artista che dopo una laurea in matematica pura si è dedicato alle belle arti e agli studi filosofici.
«La mappa del Cairo tracciata da me - continua più serio Silva - è diversa dalle cartine a cui siamo abituati, perché
ho cercato di abolire l'ordine gerarchico che domina di solito le mappe e che spesso mostra solo parti specifiche e istituzionali della città. L'idea è che seguendo una linea retta, si proceda in una sorta di omologazione nel percorso che, escludendo tutti i tipi di gerarchie e i loro limiti, permetta di attraversare un'area dopo l'altra fino al punto in cui la città si dissolve». E come hai fatto quando hai incontrato degli ostacoli, per esempio dei cancelli, dei cantieri, delle barriere architettoniche che ti impedivano di proseguire? «In un'occasione dopo la città cominciava uno
slum e oltre c'era una zona recintata. Lì ho incontrato due guardie. La prima mi chiamava per dirmi di tornare indietro, l'altra mi invitava a entrare. Era il cantiere per una nuova zona residenziale del Cairo».
Il fascino delle macchine di Silva ricorda quello delle invenzioni di Leonardo, c'è in esse un lato estetico e formale affatto trascurato/bile e poi c'è la parte dell'illusione che nasce al loro interno. «Il mio interesse - spiega Silva - si rivolge alla tensione fra due momenti opposti:
chi è dentro vive un momento illusorio e immaginativo,
perde l'orientamento e la struttura scompare. Poi però se guardi la struttura
dall'esterno e vedi qualcuno che la usa,
è l'illusione a sparire. Ecco io voglio rivelare come è costruita questa dualità».
Silva paragona il suo lavoro a uno sketch e lo mette sempre in relazione al movimento, che è anche la costante della sua vita: «è tre mesi che vivo con le valigie in mano e l'incubo di dover scegliere cosa portare e cosa lasciare».
In pratica, a livello professionale, questo coincide con un suo continuo tornare sui lavori per modificarli, spostarli/cambiarli anche solo di un po', o vederne l'impatto sul pubblico e seguirne gli sviluppi.
Satellite, per esempio, il secondo dei lavori in mostra, «è un esperimento» in cui Silva è curioso di capire cosa mostrerà questa nuova
machine e magari vedrà qualcosa che non aveva previsto. «Satellite è
un meccanismo per osservare un satellite: due piramidi tronche stese orizzontalmente, con le basi poste all'esterno e le due estremità collegate al centro. Si può guardare solo da un piccolo quadrato a cui però non è possibile avvicinarsi perfettamente, quindi
si guarda da una certa distanza. Quello che si vede sono solo frammenti, ma muovendosi se ne possono vedere molti, anche se il satellite non è mai visibile nella sua interezza. In questo modo chi guarda memorizza diverse parti e solo se si ha buona memoria si può ricomporre il tutto». E qui è un tuffo mani e piedi dentro il pensiero di Bergson (
The diverse perception of the same object, given by my different senses, will not, then, when put together, reconstruct the complete image of the object; they will remain separated from each other by intervals which measure...the gaps in my needs, Matter and Memory).
Silva però come detto all'inizio lavora anche in antitesi con tutto ciò che è autorità e qui il gioco è itronico nei confronti del satellite come «eye of God».
Involtino, intanto, è «under construction»
a Vado Ligure dove sarà
inaugurato il 24 febbraio alle 18. «È una stanza costruita nel sottosuolo, che permette di guardare il paesaggio, ma nella versione rovesciata offerta da uno specchio montato sulle finestre. Nel centro della finestra c'è poi un buco attraverso cui vedere il cielo o qualcuno che passa di lì, ma anche lo spessore del legno e del vetro», posti di nuovo al limite tra percezione illusiva e realtà.
«I miei lavori - continua Silva - hanno spesso una qualche precisa funzione ma significano sempre anche qualcosa d'altro che li rende immateriali, li fa scomparire. Un po' come succede con gli occhiali da vista, te li metti per guardare, ma poi non guardi loro, guardi attraverso di loro: nel svolgere la loro funzione gli occhiali da vista scompaiono, così le mie macchine».