Alla Tosse le idee buone messe in pratica (spesso bene) sono ricorrenti. Quella di quest'anno consiste nel
Focus on: un appuntamento con almeno un paio di lavori di alcune compagnie del panorama contemporaneo che permette di conoscerle e apprezzarne lo stile. Dopo la Gank, è ora in città la
Compagnia Teatri Possibili, un gruppo straordinariamente ampio (circa una ventina) e attivo e non solo sulla produzione di spettacoli (prevalentemente classici ma non solo), o sulla formazione attoriale, - alla Tosse con
Cirano di Edmond Rostand (fino al 10 gennaio) e
Caligola di Albert Camus (dall'11 al 13 gennaio) entrambi nella traduzione di
Franco Cuomo.
Nata come compagnia (dieci anni fa) nel 1996, oggi Teatri Possibili è anche e soprattutto
un circuito teatrale indipendente diffuso su tutta Italia in dodici città: Milano, Roma, Ancona, Firenze, L'Aquila, Lugano, Legnano, Monza, Spinaceto, Trento, Rovereto, Verona e forse presto anche Genova.
Me ne parla
Corrado D'Elia, direttore artistico e uno dei registi (accanto a Gianlorenzo Brambilla e Corrado Accordino) del gruppo e del
movimento. «Dietro al nostro lavoro c'è anche un'idea politica e di comunicazione. Il
grande problema oggi infatti
non è la produzione di uno spettacolo,
ma farlo circuitare, dargli dignità e trovare il modo di avere un ritorno economico. Il fatto è che dal Ministero sono riconosciuti solo i circuiti regionali e più in generale i teatri sono
case chiuse, non un bene della comunità. Il circuito creato da Teatri Possibili non dipende da una sede centrale, anche perché ogni territorio ha una sua storia e delle specifiche esigenze e quindi si lavora cercando di coordinare e vincere sul disimpegno diffuso dai Teatri Stabili e dai circuiti regionali, che fanno girare gli spettacoli a cerchio tra di loro, in un sistema di ospitalità a percorsi chiusi. Noi per esempio abbiamo eliminato il concetto dello scambio, altrimenti verrebbero escluse automaticamente dal giro tutte quelle compagnie che non hanno uno spazio loro e questo contribuirebbe solo a aumentare il debito».
D'Elia è interprete e regista passionale e si concede sul palco con decisa intensità e dedizione, proprio come con altrettanto trasporto mi racconta questa
impresa civile per la distribuzione degli spettacoli che vorrebbe fosse riconosciuta come circuito sovraregionale.
Il suo Cirano
infiamma il pubblico che applaude con trasporto evidente il suo nasone-poeta dallo spirito indomito, ride allegro delle guasconate e si zittisce nell'abile corteggiamento-raggiro verso la bella Rossana (Elisa Pella) vissuto in doppia da Cirano e il cadetto, goffo ma bello, Cristiano (Stefano Annoni).
«Sono dieci anni che lavoriamo a questo spettacolo e quella di ieri (lunedì 8 gennaio alla Tosse) è stata un po' una nuova prima e l'avvio della nuova tournée che terminerà a maggio.
L'impianto dello spettacolo è molto preciso e gli interpreti da qualche anno sono stabili - molti di loro escono dalle nostre scuole di recitazione».
A Firenze, Milano e Roma le date del
Cirano sono da anni già tutte esaurite e alla Tosse è la terza volta che passa. Perché? «A suo tempo eravamo una compagnia giovane, io avevo 27 anni, guardandoci intorno notavamo che nessuna compagnia giovane osava affrontare i grandi classici. Per noi questo è stato il secondo spettacolo e contiene tutta la voglia e il desiderio di formare un gruppo, lavorando con tanti attori e su un immaginario condiviso per definire uno stile. Ne è nato qualcosa che è sicuramente contemporaneo pur essendo un classico: c'è la contemporaneità del linguaggio reso con la drammaticità dell'azione e la scelta di lavorare con la
traduzione in prosa di Franco Cuomo: quindi lasciti i versi
da BaciPerugina si sposa una scelta rivoluzionaria (di venticinque anni prima)
che ritrova la poesia del testo fuori dalle rime».
Critico un po' la carica maschilista di questa pièce, di un naso fallico e di una donna che non s'avvede dell'amore a portata di mano. «Anche se non è tra le mie letture teatrali preferite - concorda D'Elia - devo riconoscere che il
Cirano ha una grande forza.
È un testo molto poco apprezzato dalla critica in Italia e in Francia,
ma è molto popolare. Con
Cirano è cominciato il nostro
lavoro di consapevolezza sul teatro anche in quanto suono e immagine, oltre che parola. Una ricerca che ha raggiunto risultati eclatanti con il recente
Amleto e con il
Macbeth dove l'immagine ha una ripercussione vertiginosa e tutto succede a quadri in uno stretto accostamento con il cinema. La
cura delle immagini e dei colori è diventata la nostra cifra e la nostra direzione».
E così accade in scena in
Cirano di Bergerac: mosso su un palco in salita dove undici attori/trici spesso simulano il confronto con il moschetto e il concitamento della battaglia, lasciando lo spazio a
coreografie tra linee di luce e geometrie o a scene più intime a due o tre personaggi dove emerge lo spirito del'uomo al di là della sua corporalità.
Ma il bello deve ancora venire, perché il testo preferito da D'Elia,
Caligola va in scena da giovedì 11. «Quello di Camus è
un testo filosofico bellissimo con cui ho desiderato confrontarmi da sempre. Da un lato c'è un imperatore del male e dall'altra un desiderio di assoluto. Quello che mi ha fatto innamorare del testo è
la giustificazione totale ai gesti omicidi in un meccanismo drammaturgico perfetto per cui il pubblico finisce per prendere le sue difese anche se dal punto di vista critico non si potrebbe accettare. In Francia, Camus fu molto criticato per questo testo in particolare da Sartre e da certa intelligentia di sinistra in anni in cui giustificare un dittatore e mostrarne il lato umano era ancora politicamente scorretto, a ridosso del nazismo e alla luce del franchismo ancora imperante in Spagna.
Oggi invece guardare all'altro lato delle cose fa parte di una curiosità obbligata, non necessariamente revisionista. Anche qui la ricerca visiva è all'inizio perché stiamo parlando di uno spettacolo creato 7 anni fa, ma c'è già un'indicazione alla rarefazione della parola e a un lavoro sempre più cinematografico».