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Permettetemi la divagazione: ho passato il Capodanno a Tokyo e ancora il jet lag m'angustia. Ma più ancora del jet lag, m'angustia il ritorno in patria. Badate: ho fatto quel che ho potuto. Il 2 sera, per esempio, ho cercato di cenare in un ristorante giapponese. Non avendo prenotato, non ci sono riuscito, e ho dovuto ripiegare sul cinese. Ho chiesto anche le bacchette, ma decisamente non è stata la stessa cosa. Il riso giapponese è compatto, lo puoi sollevare a mucchietti. Quello cinese è umido e scivoloso e così le bacchette funzionano male. Serata fallimentare.
Ieri sera, dopo la palestra e una zuppa di legumi in busta, ho tentato un approccio differente e ho deciso di rivedere dopo un paio d'anni Lost in translation, vero e proprio saggio teorico sulla percezione occidentale della capitale nipponica. Ebbene, ho goduto come un procione.
Il fatto è, ad esser proprio onesti, che io in Giappone c'ho lasciato il cuore. Non so nemmeno da dove cominciare.
Per esempio: il cibo. Dopo 10 giorni in Giappone la pancia ti si è sgonfiata e il sorriso snellito. Loro mangiano riso e pesce (specie crudo, of course) in quantità, ma pure la carne. Inzuppano quasi tutto in una salsa di soia scura e liquida, mischiata ad un unghia di piccantissimo wasabi, che a me ricorda tanto la senape di Digione. L'olio è quasi assente, il burro lo è del tutto. E tuttavia le pietanze sono eccezionalmente saporite.
Altro esempio: la gente. Si può perdersi in facezie ripensando all'ininterrotta danza di inchini in cui tutti spendono le giornate, ma i loro gesti sottendono ben altro. Sottendono rispetto e attenzione, per le cose e (quindi) per le persone. La dedizione del giapponese ai propri compiti, l'attenzione per la pulizia, l'ordine e l'efficienza, non sono affatto indice d'eccentricità, ma esito di una cultura in cui l'individuo ha precisa percezione di sé come membro del collettivo sociale, e ancor più come particella della Natura. I giapponesi rispettano l'altro, rispettano la Cosa Pubblica, rispettano le loro risorse naturali, perché sentono che così facendo rispettano se stessi.
E ancora. Le donne. L'uomo giapponese è timido, svagato, inibito, un tantino arrogante. Il corteggiamento è questione femminile. La donna giapponese ti invita a uscire, ti porta in angoli della città di stupefacente romanticismo, ti paga la cena. Non ti sommerge di falsi indizi, estenuanti ripensamenti, compiaciute provocazioni. Vuole capire se le piaci. Se così è, si concede con generosità e pudicizia commoventi. E questo vale per tutte, dalla studentessa simpatica e impacciata alla donna in carriera in tacchi alti e capotto lungo. Dio le benedica. Ritornare al contatto con le fanciulle locali, vanesie, egoiste e sprezzanti, che ritengono le devote attenzioni maschili un atto dovuto (nel migliore dei casi) o una seccatura (nel più frequente dei casi), è disarmante.
Infine: i luoghi. Il cielo notturno di Tokyo, imperlato di luci e increspato di grattacieli, foriero assieme di stupore e rassicurazione. I templi montani di Kyoto, circondati dal verde, immersi nei profumi d'incenso e braci ardenti, risonanti dei canti monotoni dei fedeli. I rami secchi e spogli per l'inverno degli alberi, coperti di preghiere, abbracciate al legno in piccoli nodi di carta. E poi i parchi, immensi e accoglienti, l'erba di un centimetro morbida come pelliccia e i suggestivi, cresciuti bonsai, disseminati ad arte. Ovunque: pace e silenzio.
A questo punto potreste chiedermi: "e Lost in translation che fine ha fatto?". Ebbene: Lost in translation è un film delicato, intelligente, spiritoso, con una splendida colonna sonora e un commovente Bill Murray (sentirlo recitare non doppiato spalanca davvero nuovi orizzonti). Ai giapponesi non piace particolarmente, così come difficilmente potrebbe piacere ad un italiano un film americano che sfrutta l'Italia come cartolina turistica per una storia d'amore. Ma io non sono giapponese. Sono italiano. Un italiano che è stato a Tokyo e se ne è innamorato. E a me, ieri sera, Lost in translation ha dato i brividi.
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