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Pare ufficiale:
******<lcont="www.mentelocale.it/visita_genova/contenuti/index_html/livello2_varint_654|è Natale">******.
Se siete il genere di persona che in questi frangenti ama regalare
La vita è meravigliosa,
Miracolo sull'ottava strada,
Il canto di Natale di Topolino o una qualsiasi commedia con
Julia Roberts, per favore, non leggete questa rubrica. Non leggete nemmeno altre rubriche. Tornate nella vostra stanzetta con le pareti imbottite, infilatevi quella camiciona verde coi lacci e le maniche dietro, prendete la vostra dose di
Torazina e buonanotte.
Altrimenti...
Il consiglio principe, che resta valido di anno in anno, è: acquistate, impacchettate e distribuite gaudenti
Babbo bastardo, supercult di
Terry Zwigoff con un
Billy Bob Thornton fuori scala. Il suo Santa Claus è un alcolizzato cronico che lavora nei centri commerciali in periodo festivo solo per rapinarli. Ha barba e costume incrostati di vomito, bestemmia come un turco e, per hobby, fa sesso con donne molto grasse. Pur con tutto questo,
Babbo bastardo ha una sua morale, il doveroso happy end e racconta del rapporto tra un energumeno e un bimbo orfano e complessato con sensibilità degna dei maestri.
Un'alternativa perfetta alle commedie sentimentali è invece
Audition di
Takashi Miike, edito da Dolmen ormai parecchi mesi orsono. Dopo sette anni di celibato, un medico vedovo decide di rimettersi in gioco sentimentalmente. Ha però pretese smisurate: cerca una donna bella, giovane, gentile, fedele e con talenti artistici... La domanda è:
esiste una donna così? La risposta di Miike è: no. Infatti. Il medico rintraccia la fanciulla tramite un'audizione fittizia per una serie TV messa in piedi da un amico produttore, se ne innamora (ricambiato) e inizia il corteggiamento. Quando le cose si fanno più dolci, lei scompare. Di più non vi diciamo, se non che
Audition è un esemplare unico di
melodramma sentimentale horror, che più sentimentale e più horror non si potrebbe (e una sublime metafora della smisurata crudeltà dell'animo femminile,
n.d.r.).
Se volete qualcosa di più accessibile, magari destinato alla vostra nonnina, ripiegate su
A bittersweet life, ultimo esempio dello stato di forma sfolgorante del cinema coreano. Noir geometrico e stilizzatissimo (forti, anzi fortissimi i debiti formali a
Old Boy, ma vabbè) con una corposa vena romantica. Lo sgherro di un boss mafioso si invaghisce di una vittima predestinata e le salva il collo: la rivalsa del capo sarà tremenda... Niente di niente di nuovo sotto il sole, ma l'imbarazzo del protagonista, impegnato a riconoscere un sentimento completamente nuovo e a proteggerlo da tutto e tutti a rischio della vita (pur in assenza di qualsiasi speranza d'esser corrisposto), è di un lirismo disarmante.
Torture, coltellate e sparatorie come se grandinasse, ma anche un bel po' di cuore.
E infine, il consiglio inevitabile e doveroso: nessuno, quest'anno, dovrebbe farsi mancare
Black Christmas, cult horror del 1974 da tempo agognato e appena distribuito dai fenomeni della
Gargoyle. Collezionisti e appassionati lo aspettavano con la bava. Ne avevano ragione. In una confraternita universitaria tutta al femminile si susseguono le telefonate di un pervertito: alle parole seguiranno i fatti.
Black Christmas ha stoffa da vendere: i personaggi non sono semplicemente sagome da far inchiodare al maniaco di turno, ma caratteri precisi e ben disegnati.
La suspance si gratta con le unghie.
Keir Dullea (il Bowman di
2001 Odissea nello spazio) è enorme. Il finale nerissimo.
Buon Natale.