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Béla Bartók, punta di diamante della storia musicale ungherese, uno dei più importanti compositori del Novecento, è stato protagonista di un incontro del Centro Culturale Europeo, martedì 12 dicembre. Ospiti i musicologi Johann Herczog e Flavio Menardi Noguera; il primo compatriota di Bartók, il secondo suo ascoltatore fin dall'infanzia.
Titolo dell'evento - Tra folclore modernità - sintetizza le due anime del compositore, innamorato dei canti popolari («le melodie dei miei contadini sono belle come quelle di Bach e Beethoven», soleva dire) ma anche innovatore dal punto di vista stilistico.
«È difficile stabilire quale sia il confine tra invenzione personale ed eredità della tradizione nella sua musica», dice Herczog. Contribuisce alla ricchezza delle sue melodie anche il patrimonio genetico della musica magiara: un mix di ritmi e suoni slavi, zingari, italiani e tedeschi.
«Nonostante il suo valore - dice Herczog - Béla Bartók è rimasto vittima della visione bipolare di alcuni critici, come Adorno, che hanno diviso il panorama tra Schönberg e Stravinskij, senza lasciare spazio per altri».
Un parere, quest'ultimo, condiviso anche da Nughera, il quale aggiunge: «dodecafonia e scuola neoclassica sono state le uniche scuole riconosciute fino a poco tempo fa. Una critica militante ha ristretto il campo degli stili accettabili. Adorno, così come Leibovitz, ci sono cascati. Ma il tempo fa vendetta della semplificazione, e ormai nessuno dubita più del valore di Bartók».
Dal punto di vista stilistico, la sua musica unisce elementi primordiali e apparentemente anarcoidi ad una partitura estremamente precisa, dalla regolarità addirittura matematica. Famosa è la sua Musica per strumenti a corda, percussione e celesta, sintesi di tutti gli stilemi che hanno reso celebre il compositore.
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