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Palazzo Ducale
Gardella 1
© foto: Giulio Nepi  -  veduta delle Fondamenta delle Zattere a Venezia
 
             
 

Ignazio Gardella e la modernità

 
Una mostra ricorda il genio dell'architetto di Sarzano e del Carlo Felice. E chiude il trittico con Franco Albini e Mollino. Fino al 30/1
 
   

     
23 novembre 2006
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di
Giulio
Nepi
   
In un momento di chiacchierata crisi per l'architettura nazionale, Genova sfodera con Milano e Torino un trittico di mostre dedicate ad altrettanti maestri: Costruire le modernità, che venerdì 23 novembre a Palazzo Ducale chiude con il discorso cominciato con Franco Albini (Milano, Triennale, fino al 26 dicembre 2006) e Carlo Mollino (Torino, Archivio di Stato, fino al 7 gennaio 2007).
A Gardella dobbiamo due dei progetti che nell'ultimo ventennio hanno cambiato il volto della città: il Carlo Felice e la Facoltà di Architettura di Sarzano.

Nati tutti e tre nel 1905, pur rimanendo diversissimi fra loro, ebbero in comune la capacità di dare luce alla modernità europea in chiave italiana, quella raffinata sensibilità di saper dialogare con la storia ed il paesaggio delle nostre città. Tema forte, questo, negli anni '50 e '60 della ricostruzione postbellica, in cui l'architettura cercava la chiave interpretativa per intervenire sui centri storici distrutti sotto il segno della continuità, parola d'ordine del periodo.
E soprattutto riflessione essenziale per l'architettura di oggi, attraversata da una linea di pensiero che preferisce creare sculture, splendide ma slegate dal genius loci. «Per Gardella il contesto era invece una risorsa del progetto», polemizza Franz Prati, direttore del . E indica proprio le due opere genovesi come esempio di capacità di interpretare due spazi diversi: arroccato e tormentato quello di Sarzano, disteso e scenografico quello di De Ferrari.

Nel Sottoporticato del Ducale trovano posto oltre 220 disegni, accurata selezione dei 40mila che l'architetto milanese ci ha lasciato: testimoni di un modo "antico" di fare architettura, quasi artigianale, fatto di schizzi, disegni a mano, righelli e squadre.
La mostra - curata da Rafael Moneo col coordinamento di Marco Casamonti - si snoda lungo un percorso tematico che non ha la pretesa di fornire un regesto degli interventi gardelliani, ma intende appunto focalizzarsi sui più significativi lasciati in cinque città: Alessandria, Milano, Genova, Vicenza e Venezia. Il ritmo è arioso, sulle pareti foto e disegni si alternano alle parole di Gardella, intervistato da Antonio Monestiroli.

La prima sezione si apre sotto il segno dei Gardella, intesi qui come dinastia di ingegneri-architetti. Comincia ad inizio ‘800 Ignazio senior, il bisnonno, autore a Genova dei portici di Caricamento (le cosiddette "terrazze di marmo", oggi abbattute, che ricalcavano più o meno il percorso della sopraelevata) e della creazione dell'omonima piazza. Nonno Jacopo firmò il ponte sullo Scrivia ad Arquata, il padre Arnaldo fu autore di villini liberty.
I primi passi di Ignazio junior li troviamo ad Alessandria, dove ci ha lasciato il bellissimo Dispensario antitubercolare (1933-38), capolavoro razionalista, e la Casa Borsalino (1948-1952), ormai oggetto di culto per gli architetti di mezzo mondo. Nella sala dedicata a Milano una lunga parete di fotografie ricorda l'irripetibile periodo a cavallo della guerra, quando accanto a Gardella operavano fra gli altri Albini, BBPR, Figini, Pollini: salta agli occhi un avveniristico progetto urbanistico del 1938, Milano Verde, firmato dal nostro e da Franco Albini. E ci si incanta davanti alla raffinata eleganza della Casa al Parco (1947-48).

La tappa successiva la conosciamo bene, è Genova, dove oltre alla Facoltà di Architettura (1975-1989) a Sarzano, Gardella disegna il restauro della Casa di Colombo (1955) - un involucro che avrebbe dovuto avvolgere il rudere di piazza Dante, progetto affascinante ma forse non felicissimo - ed uno strepitoso Piano Particolareggiato di San Silvestro-San Donato (1968-1972), una specie di in pieno centro storico: due enormi piastre tagliate da scalinate, piazzette e vicoli infossati che avrebbero trasformato in oggetto di culto mondiale la zona (per capirci, oggi c'è quell'inguardabile guazzabuglio di alberelli rinchiusi e pensiline cementiformi a strisce rosa). A me è piaciuto da impazzire, a qualcun altro, evidentemente, ha fatto rizzare i capelli.

Ci spostiamo in Veneto, dove non ci si può non innamorare della Casa alle Zattere a Venezia (1953-1962), di cui sono esposti decine e decine di ripensamenti, modifiche, controprogetti. E lo skyline cinemascope del canale della Giudecca conferma come la sensibilità irrequieta di Gardella abbia fatto centro.
Si chiude col Nuovo teatro civico di Vicenza (1969-1980): opera non costruita, grande sogno, attento lavoro sui materiali - condotto anche in collaborazione con lo scultore Agenore Fabbri - di cui rende conto il mastodontico modello in pietra bianca, la stessa che aveva intenzione di utilizzare Gardella.

Insomma, un maestro. Che lo Stato - buona notizia - non intende far andare in malora. Lo promette Pio Baldi, Direttore Generale per l'architettura e l'Arte Contemporanee del : «entro tre anni vogliamo classificare tutta l'architettura del ‘900 che possa essere considerata monumentale. Serve una grande coscienza storica per conservare questi manufatti».
 
 
 
 
 
Costruire le modernità. Ignazio Gardella Architetto
Palazzo Ducale, p.zza Matteotti - Genova
010 5574004
www.mostragardella.uni...
Orari d'apertura: Fino al 30 gennaio 2007. Mar-dom 9.00-19.00, luned́ chiuso; Note: Ingresso 7 Eu; Catalogo Electa Eu 35

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