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Atti unici, intramontabili di grandi maestri scrivono il loro nome sulle locandine di Serata d'addio di Paolo Villaggio: Il tabacco fa male e Il canto del cigno di Anton Cechov e L'uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello. Sono questi i capolavori di drammaturgia dai quali parte la rilettura di Paolo Villaggio per la messinscena del suo "one man show" in scena al Teatro della Corte dal 14 al 19 novembre 2006, con la regia di Andrea Buscemi. Capolavori liberamente tratti (così recita la locandina), ma forse sarebbe più giusto dire maltrattati, all'interno di una operazione spettacolare molto discutibile.
Dal punto di vista recitativo sembra di assistere all'esposizione di un orso ballerino a fine corsa: un Paolo Villaggio decisamente appesantito, non aiutato da una voce oppressa dal ventre e costretto su una seggiola, mentre continua a asciugarsi gli angoli della bocca con la sciarpa. Il fumo uccide, Una vita all'asta e L'ultima fidanzata, si dimostrano essere il pretesto per un ripescamento e un riutilizzo di vecchi aneddoti triti e ritriti che, se ben si inserivano in quel bel Delirio di un povero vecchio della stagione 2000-2001, spettacolo dichiaratamente autobiografico, qui suonano come non richiesti e sanno solo di autocelebrazione e incapacità di proporre qualcosa di nuovo, evidenziando e denunciando definitivamente l'assenza di un messaggio da comunicare o di una effettiva rilettura personale dei testi che giustifichi l'apparizione su un palcoscenico.
Se non bastasse si aggiunga un tripudio di facile e basso turpiloquio televisivo che vorrebbe essere divertente ma, gratuito e non funzionale, si getta diritto nel patetismo. Operazione temo da cassetta che mette in scena la mescolanza tra un teatro di grande poesia (testi di partenza) ed espressioni e vocalizzi fantozziani; senza essere né carne né pesce e scontentando di fatto tutti.
Non migliora la situazione nemmeno la carta, esteticamente sempre di grande effetto, di un canuto attore che recita un addio al teatro: si arriva a stento ad un pizzico di forzata commozione, stile Maria De Filippi, nel finale, che vorrebbe giustificare il prezzo del biglietto e la noia dei 75 minuti precedenti. Non riuscendoci.
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