In inglese è
organic food, in Italia appena dici "compro biologico"
ti guardano con compassione (le mamme fanno eccezione e meriterebbero un discorso a parte), pensandoti alle prese con quelle meline striminzite o quelle patate sporche sporche di terra. Ma poi il
biologico ormai si trova anche nei più diffusi supermercati, tanto per non restare vaghi, facciamo due nomi: la Coop e il Dìperdì lo tengono.
Personalmente
comprare bio sta nello stesso ordine d'idee di ripetere continuamente ai figli di
non buttare a terra le cartacce, di
chiudere i rubinetti mentre strofinano gli spazzolini sui denti e
spegnere le luci ogni volta che lasciano una stanza.
Oggi intorno a queste pratiche comuni, fuori da fanatismi e false ideologizzazioni o fanatismi, e insieme a molto altro ancora su ciò che ci somministriamo quotidianamente discorre
Marina Seveso in uno scorrevole saggio,
Speriamo in bio. La grande rivoluzione pacifica contro i cibi che minacciano la nostra salute, (Orme Editori, 16 euro).
«Un lavoro fatto di varie esperienze vissute lungo anni di impegno e interesse dentro l'argomento», spiega l'autrice da vent'anni addentro le
tematiche relative all'ambiente e in senso più ampio «
a un generale chiedersi il perché delle cose, ricordandosi che certe scelte o azioni individuali possono avere una grande conseguenza su molti altri. In breve, seguo da tempo la massima del
pensare globalmente e agire localmente».
Marina Seveso, che
da giovedì 23 novembre, inaugurerà su mentelocale.it una
nuova rubrica dedicata proprio a un agire consapevole e cosciente delle tematiche ambientali, lavora da tempo nell'editoria e ha già alle spalle diverse pubblicazioni, tra cui un volume dedicato ai Movimenti Verdi Europei
Colore verde pace, la
Guida ai mercatini d'Italia (Piemme).
Dentro questo nuovo lavoro, fatto di molte letture e grandi nomi come
James Lovelock (guru dell'ambientalismo), ma anche racconti delle diverse esperienze sul campo, trova un giusto equilibrio tra l'abbracciare un pensiero e lottare per un obiettivo comune facendo i conti però con la vita quotidiana e le forze residue per metterlo in pratica.
«Il discorso che faccio sul biologico è legato all'idea che non basta agire sulla base di ciò che riteniamo giusto o sbagliato, perché sarebbe troppo facile far diventare giusto quello che rientra in un certo ordine d'idee. Per questo ho cercato di dare uno schema sulla base del quale stabilire la bontà delle azioni e dentro cui inserire le proprie azioni quotidiane: perché è giusto comprare bio al supermercato, ma è certo più giusto comprare dal piccolo produttore bio e sarebbe addirittura meglio autoprodurre».
E qui la domanda arriva prima ancora che io metta in moto il pensiero: «hai un tuo orticello?»
Marina, che conversa piacevolmente, risponde sorridendo: «No però ho inserito alcuni esperimenti di produzione agricola sul balcone, una cosa che potrebbero fare tutti. Riscoprendo anche gli alberi nani».
«Di pere? Oddio non saranno geneticamente modificati?», le chiedo polemicamente.
«No albicocche - risponde lei e serena aggiunge - ci sono molte pratiche agricole, anche antichissime, come l'innesto, che consentono aggiustamenti alla natura senza ricorrere agli OGM».
Ed è un po' questo il nodo della teoria di Seveso: «Perché farsi più male di quanto già succede in modo inevitabile? Perché devo aggiungere il nocivo quando posso farne a meno?»
Eppure ci sono momenti scoraggianti in cui il meccanismo economico che punta al ribasso ti tenta talmente e dappertutto che ci si sente davvero disarmati, soli. «La lotta è feroce, specie negli Stati Uniti, lì
per produrre 1 caloria di cibo (e non è ovunque così, ovviamente, ma più si parla di Paesi con agricoltura industrializzata più ci si avvicina) ne
consumano 10 di energia fossile, cioè non rinnovabile, mentre il rapporto ottimale sarebbe di 4 calorie prodotte a fronte di 1 consumata.
E la cosa più triste è che
sta ormai passando il concetto che meno spendi per il cibo più risorse hai per fare altro. Ma occorre combattere questa logica che considera il cibo come un bene voluttuario, perché la carne che costa due lire, nasconde un
buon motivo e scoprirlo è disperante».
E se volete qui il libro vi illuminerà d'immenso in un funesto viaggio.
«Pensavo di fare un libro molto più pratico, poi quando mi sono scontrata con gli approfondimenti sull'industria alimentare ho pensato di dargli tutto lo spazio che meritavano, sia perché emerge poco il tema dai media, sia perché coinvolge molte altre sfaccettature del consumismo». Così quello che il libro non racchiude, da giovedì entrerà nella rubrica che Marina Seveso apre con l'intento di
sensibilizzare all'agire ragionato fornendo da un lato
dritte e accorgimenti di vita quotidiana da applicare senza grossi sforzi e dall'altro
diffondere notizie sulle iniziative internazionali o le campagne ambientaliste per esempio sull'acqua, lo smog e molto altro.