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Da dove veniamo? Se lo chiedono da secoli studiosi di ogni disciplina: filosofi, biologi, evoluzionisti. Proprio la ricerca di una risposta è stata l'argomento dell'intervento di ieri al Festival della Scienza di Terrence Deacon, professore di Antropologia e Neuroscienze biologiche a Berkeley.
Introdotto da Edoardo Boncinelli - ordinario di Biologia e Genetica presso l'Università Vita-Salute di Milano - lo scienziato americano ha esposto le sue teorie sia sull'origine della vita, sia sulla mutazione del linguaggio nell'essere umano. Partendo dallo studio del canto dei fringuelli addomesticati e selvaggi, Deacon ha intuito che «la selezione naturale e l'ambiente in cui vive l'animale influenzano molto le modifiche nel canto. Modifiche che, si presuppone, saranno poi trasmesse geneticamente alla generazione successiva». Le modalità con cui questo cambiamento si verifica pare siano dettate da alcune alterazioni genetiche, basate su principi chimici analoghi a quelli umani, e ugualmente influenzati da una sorta di autocontrollo della vocalizzazione. La differenza è che nell'essere umano queste variazioni avvengono in maniera inconscia e sono dettate dai sentimenti: «ecco il perché della voce triste o di un tono concitato quando si è agitati».
I temi dell'origine del linguaggio e della vita sono collegati, e si scopre come - diversamente da ciò che molti scienziati credono - Deacon creda che quest'ultima non si basi sull'aggregazione di molecole semplici e piccole, ma parta invece da molecole grandi provenienti da molto lontano. «La mia teoria sviluppa l'idea che la cellula progenitrice si sia formata in una zona interplanetaria», ha spiegato Deacon, «e sia arrivata sulla Terra attraverso una stella cadente. Giunta sul nostro pianeta la cellula ha trovato condizioni climatiche differenti che hanno portato allo sviluppo conosciuto ai più».
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