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Regge il gioco e ce lo aspettavamo, ma quando l'attrice Selena Khoo diventa sinuosa e accarezza il suo piede il matematico Piergiorgio Odifreddi per contrasto irrigidisce la sua figura, per poi scherzare sul suo aplomb e ricordare che è più avezzo alle aule universitarie che al teatro. Negli oltre 5800 secondi di Matematico e impertinente. Un varietà differenziale, -in scena alla Teatro della Tosse fino a venerdì 3 novembre- curati dalla regia articolata ma precisa di Fabio Massimo Iaquone, Odifreddi è un narratore accattivante, autoironico e pertinente.
Un tributo a una tra le più duttili delle scienze.
Un'apologia per un pensiero che non si è fermato di fronte al vuoto, accettando lo zero, che non ha temuto il molteplice accettando l'infinito. E se i numeri hanno fatto fatica a esistere, sono stati «gli indiani d'America e d'India a consegnarci lo zero, per esempio», oggi la matematica sembra ancora troppo spesso parlarci una lingua sconosciuta attraverso le sue formule. Eppure proprio la piccola forma, va avanti Odifreddi, è quello strumento perfetto, il solo capace di sintetizzare pensieri multipli in un pugno di simboli, come l'einsteiniano E=mc2: «e se questa condensazione di conoscenze non è bellezza...»
Cita Parmenide, Umberto Eco, Ezra Pound, Dante, Oscar Wilde, Jean-Paul Sartre, Teeteto, Platone, gli Egizi, Pitagora, la meccanica quantistica, la fisica, e persino il Papa, Benedetto XVI, Odifreddi per raccontarci delle infinite applicazioni a cui le cifre si sanno piegare per illuminare la natura e il mondo dei fenomeni. Calato nei panni dell'anchorman più che dell'attore, perseguendo un ritmo serrato -a momenti vagamente simile nei toni a quello di Pippo Baudo- Odifreddi narra di una grande e totalizzante passione, antica e laica, per il pensiero logico e razionale, capace di suscitare forti contrasti, fino alla persecuzione e alla celebre abiura di Galileo Galilei.
La grande sconfitta.
«Galileo poteva passare alla storia come eroe, ma abiurò».
Ci legge una sua versione rivista, tentando il riscatto o forse esorcizzando un gesto che spera irripetibile.
Fluttando tra campi di luce (realizzati con estrema perizia da Fabio Menozzi), proiezioni e visioni suggestive che inglobano tutta la scena, Odifreddi pone la matematica al centro dell'essere e con estrema arguzie ricorda le parole di Simone Weil sul nulla da cui originiamo e il nulla verso cui tendiamo, non escludendo così neanche il femminile dall'universo matematico. Al pari della filosofia, «in cui milita una banda di pensatori fannulloni», il pensiero logico e razionale non è mai assoluto e si aggancia strettamente alla sperimentazione. La musica dal vivo (musiche originali di Valentino Corvino, ardite e intonate), lo accompagna e l'attrice Selena Khoo ne armonizza la prosa irrequieta facendo da trait d'union umano con le suggestioni drammaturgiche, in una metamorfosi continua e sapiente, certo orientale. Molto raffinata.
Di tutte le materie con cui la matematica intreccia relazioni, la religione è l'ambito che resta più separato. E se tra i culti, «quello cattolico essendo dogmatico è il meno adatto a trattare con i matematici», Odifreddi innondato da una luce gialla che vira con garbo verso l'arancio, porta in scena la new age e il buddismo. Ci mette di fronte all'intervista impossibile, almeno nel qui e ora, con il Dalai Lama per ricordare che i monaci buddisti studiano quattro anni logica. E si sprecano qui le battute verso la sordità della nostra cultura religiosa alle sollecitazioni impertinenti del novello Galileo, deciso e irremovibile a proposito della sua eresia.
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